Andare in bici è un farmaco, lo dice la scienza.

Moltissime persone in Italia e nel mondo vivono sotto polifarmacoterapia, ovvero devono assumere quotidianamente farmaci in associazione per mantenere sotto controllo patologie e migliorare il proprio stato di salute. Eppure ci sarebbe un modo meno invasivo per restare in forma, con gli stessi benefici di un farmaco ma senza quasi nessun effetto collaterale.

Secondo una ricerca statunitense i farmaci più prescritti sono:

Statine: tengono sotto controllo il colesterolo LDL, ovvero quello “cattivo”;
Diuretici: aumentano la diuresi e riducono la quantità di acqua nel
sangue, in modo da diminuire la pressione che questo fa sulle arterie;
Antipertensivi: agiscono su ormoni specifici che vengono inibiti per ridurre la pressione arteriosa;
Questi farmaci solitamente vengono presi per bocca e assunti in associazione, ogni giorno, da milioni, se non miliardi, di persone. Come vedete, questi farmaci agiscono su patologie spesso provocate dalla sedentarietà.

Eppure la ricerca scientifica ha dimostrato che esiste un’alternativa all’assunzione dei farmaci: l’attività motoria di tipo aerobico. Gli effetti di una pratica quotidiana sono paragonabili a quelli di un farmaco:

Riduzione della pressione arteriosa;
Aumento della gittata cardiaca e riduzione della frequenza cardiaca a riposo e sotto sforzo;
Miglioramento dell’assetto lipidico del sangue;
Aumento della capillarizzazione dei tessuti;
Rimineralizzazione ossea e ostacolo all’insorgenza dell’osteoporosi;
Miglioramento degli scambi gassosi a livello polmonare;
Miglioramento del tono dell’umore e dell’autostima;
Aumento del tono muscolare di base, del metabolismo basale e della termogenesi;

Tutti questi effetti a oggi vengono ottenuti tramite la somministrazione di vari farmaci ma è lecito pensare che anche l’andare in bici (essendo un’attività prettamente aerobica) debba essere considerata un farmaco. Il tutto senza la possibilità di incappare in effetti collaterali più o meno gravi, dal semplice fastidio gastrico alle ben più gravi ADR (Adverse Drug Reaction), ovvero reazioni imprevedibili all’assunzione dei farmaci.

Questa affermazione non è campata per aria poiché numerose case farmaceutiche hanno tentato di immettere sul mercato dei farmaci che avessero gli stessi effetti dell’attività fisica. Questi farmaci, definiti “excercise mimetics” avevano l’obiettivo di instaurare nel corpo le modificazioni strutturali indotte dall’esercizio fisico. Purtroppo la validazione scientifica tarda ad arrivare, poiché l’attività fisica ha un vantaggio che qualunque farmaco non ha: le modificazioni permangono a lungo tempo, anche se si smette di praticare. I farmaci invece, smettono immediatamente di avere effetti quando si finisce la terapia.

E’ una strada più lunga e difficoltosa, che richiede impegno e costanza, ma se volete davvero stare bene il mio consiglio è di utilizzare un farmaco potentissimo: l’attività fisica, specie in bicicletta.

Fonte: https://www.bikeitalia.it/2018/06/29/andare-in-bici-e-un-farmaco-lo-dice-la-scienza/

Le donne devono dormire in più rispetto agli uomini. Lo dice la scienza

Le donne devono dormire 20 minuti in più rispetto agli uomini:

questa è la tesi sostenuta dalla National Sleep Foundation che ha svolto una ricerca su un campione di persone tra i 26 e i 64 anni. Sebbene per un risposo ottimale siano necessari, sia agli uomini che alle donne, dalle 7 alle 9 ore, le donne dovrebbero rimanere a letto circa 20 minuti in più.

Il motivo? Riguarderebbe la struttura neuronale:

secondo una ricerca dell’Università della Pennsylvania quella delle donne permette migliori doti comunicative e di analisi, oltre ad una migliore memoria. Questo significa che le donne sono più abili nel trovare soluzioni e risolvere problemi, ma questo porta ad un maggiore consumo di energia che può sfociare nella stanchezza. Per ovviare a questo “problema” e ricaricare le batterie sono necessari dunque 20 minuti di sonno in più.

Purtroppo però pare che le donne soffrano di insonnia più degli uomini:

come afferma Javier Puertas, capo del dipartimento di neurofisiologia dell’Unità del sonno dell’ospedale La Ribera di Valencia, «Statisticamente le donne soffrono il doppio di insonnia degli uomini e soffrono di più dal punto di vista delle prestazioni cognitive e somatiche». La maggior parte delle donne tra i 30 e i 60 anni dorme circa 6 ore al giorno e questo causa problemi di sonnolenza e mancanza di concentrazione durante le attività del giorno. Non c’è una spiegazione scientifica a questo, sebbene Puertas sostenga che si possa trattare di alcuni fattori biologici: «È stato dimostrato che l’udito di una donna è più sensibile quando si tratta di percepire o reagire al pianto di un bambino».

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Chi cammina a passo spedito vive di più, lo dice la scienza

Una ricerca rivela che le persone che hanno un’andatura veloce possono vivere oltre 10 anni di più di chi si muove più lentamente.
Chi cammina a passo spedito vive di più, lo dice la scienza
Se cammini a passo veloce, che sia per la fretta o per semplice abitudine, stai facendo una cosa positiva per il tuo organismo: secondo una ricerca dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sulla Salute (NIHR) del Leicester Biomedical Research Center, infatti, le persone che hanno un’andatura veloce vivrebbero più a lungo rispetto a quelle che, invece, si muovono più lentamente.

Questo studio, pubblicato sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, è il primo che indaga sulla correlazione tra velocità di camminata e aspettativa di vita: sono state analizzati i dati di 474.919 persone con un’età media di 52 anni contenuti nella Biobanca britannica tra il 2006 e il 2016. Ciò che è emerso da questa analisi, è che le donne che camminano a passo spedito hanno un’aspettativa di vita che oscilla tra gli 86,7 e gli 87,8 anni, mentre quella degli uomini è tra gli 85,2 e gli 86,8 anni. Questi valori scendono a 72,4 anni per le donne e a 64,8 anni per gli uomini che, invece, tendono a muoversi più lentamente. Questi risultati valgono anche per le persone in sovrappeso, ciò che conta è il loro modo di camminare.

Il professor Tom Yates dell’Università di Leicester ha spiegato: “Le nostre scoperte suggeriscono come la forma fisica sia un indicatore migliore dell’aspettativa di vita rispetto all’indice di massa corporea – ha detto – e che incoraggiare le persone a camminare a passo spedito possa aggiungere degli anni alle loro vite”.

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Le diete sono peggio delle suocere, lo dice la scienza

Fino a qualche anno fa la parola “dieta” era strettamente correlata alla prova costume. Ora la tendenza è mettersi in linea prima dei tour de force gastronomici delle feste, in modo da evitare le occhiatacce della suocera a tavola. Troppo spesso però i regimi alimentari per perdere peso in fretta si rivelano scorretti. L’associazione dei dietisti inglesi ha stilato la top five delle diete che danneggiano il fisico e il benessere di chi le segue.

DIETE LIQUIDE. La Dukan, prevalentemente iperproteica, è al primo posto, perché priva il corpo di ogni carboidrato, anche quello naturalmente contenuto nella verdura. Al secondo posto la Ken diet (dove “ken” è l’acronimo di ketarogenic enteral nutrition), che vieta ogni cibo solido al condannato. Per dieci giorni il soggetto si alimenterà con un composto liquido introdotto nel suo organismo tramite un tubo di plastica, per un totale di due litri di questa miscela in un tot di ore. Al terzo posto la Party girl grip diet, inizialmente utilizzata per curare pazienti gravemente denutriti e con pesanti carenze vitaminiche. Le celebrity come Rihanna hanno invece sostituito queste flebo di vitamine da 250 ml come veri e propri pasti.

UBRIACHI PER LA LINEA. Al quarto posto, un regime dietetico che è più che altro uno stile di vita sbagliato, la “Drunkorexia”, ovvero limitare al minimo le calorie assunte dal cibo, preferendo quelle che donano gli alcolici. Tenendo conto che un bicchiere di vino rosso contiene circa 80 calorie, per sfamarsi serve praticamente essere sempre ubriachi. Al quinto posto, la Omg diet, che sta spopolando e che si basa su strambi concetti, come docce di acqua ghiacciata per stimolare il metabolismo e l’assunzione di generose tazzine di caffè nero prima di fare attività fisica. A leggere quest’elenco, viene voglia di sopportare felicemente le occhiate della suocera.

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Un animale domestico allunga la vita: lo dice la scienza

Stando a quanto riporta la rivista Scientific Reports, i proprietari di cani hanno meno probabilità di morire

Avere un animale domestico riempie la vita di gioia. Gli amici a quattro zampe, oltre a fare compagnia, offrono tanto affetto. A quanto pare, averli accanto apporterebbe notevoli benefici alla propria salute. Stando a quanto si legge sul Business Insider, allungherebbero addirittura la propria via. Quest’affermazione rimanda a uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Uppsala e pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

 

I proprietari di un animale domestico vivono più a lungo

I ricercatori, avvalendosi dei registri del sistema sanitario nazionale, hanno monitorato lo stato di salute di 3,4 milioni svedesi (40-80 anni) in un arco di tempo di ben 12 anni. Li hanno poi confrontati con i registri di proprietà dei cani, divenuto obbligatorio in Svezia dal 2001. Cosa è emerso? Le persone con i cani avevano un rischio ridotto del 23% di morte per malattie cardiache come insufficienza cardiaca, ictus o infarto rispetto ai loro coetanei sprovvisti di quattrozampe.

Nel caso dei single lo studio ha rilevato che le persone che vivono da sole con un cane hanno un rischio di morte ridotto del 33% rispetto a coloro che non sono proprietari di animali. Parola di Mwenya Mubanga, autrice principale dello studio.

 

Avere un cane porta a fare più esercizio fisico

La scoperta dello studio svedese rimanda a quanto riportato, nel 2013, dall’American Heart Association. I proprietari di cani hanno una pressione sanguigna e livelli di colesterolo migliori e addirittura hanno diminuito le risposte del sistema simpatico allo stress. Ma è difficile determinare perché le persone con animali godano di questi benefici per la salute.

Secondo Tove Fall, una delle ricercatrici dello studio, il collegamento potrebbe essere dovuto al fatto che possedere un cane porti le persone a mantenersi più attive. Non solo, andrebbe anche a incrementare le interazioni sociali. Non resta che ribadire che il cane è, a tutti gli effetti, il migliore amico dell’uomo.

 

fonte: https://www.stile.it/2017/12/02/un-animale-domestico-allunga-la-vita-lo-dice-la-scienza-id-172695/

La barba contiene più germi del pelo di un cane: lo dice la scienza

La ricerca è stata condotta su 18 uomini con la barba e 30 cani di razze diverse.

Non importa che sia lunga o corta, la barba contiene più germi del pelo del cane. A confermarlo è stata un ricerca scientifica.Tutto è partito da uno studio condotto per appurare se uno stesso apparecchio per la risonanza magnetica può essere condiviso da umani e amici a 4 zampe senza rischi per la salute dell’uomo. Accade infatti che, in casi di sottoutilizzo dell’apparecchiatura, questa possa essere messa a disposizione dei veterinari.

La ricerca è stata condotta mettendo a confronto 30 cani di diverse razze (di  3,8 anni) e 18 uomini con la barba (di 36 anni). I ricercatori hanno prelevato un campione di pelo e di barba. Il test ha confermato che la barba conteneva più germi del pelo del cane ed era, quindi, meno igienica. Tutti i campioni di barba contenevano un’alta carica batterica, il 39% degli uominiaveva anche agenti patogeni (trovati solo in 4 cani!).

Anche i tamponi bocca-bocca hanno rivelato che 17 uomini su 18 presentavano un alto numero di germi, presenti solo in 12 cani su 30.Anche se quelli potenzialmente pericolosi erano solo in un uomo, mentre erano presenti in 2/3 dei cani.I risultati di questa ricerca sono destinati a sollevare molte polemiche e c’è già chi parla di pogonofobia (paura della barba).

fonte: https://www.105.net/news/tutto-news/260147/la-barba-contiene-piu-germi-del-pelo-di-un-cane-lo-dice-la-scienza.html

Sesso: una volta a settimana. Lo dice la scienza.

Se le persone potessero fare molto più sesso ciò le renderebbe più felici? Risposta scontata. O forse no. Ci sono inequivocabilmente innumerevoli libri e articoli che sostengono che un aumento dell’attività sessuale di coppia porti miglioramenti alla relazione e alla sessualità stessa. Alcuni ritengono addirittura che si dovrebbe farlo ogni giorno! Repetita iuvant. Un’indicazione del genere è sicuramente un buon proposito e, agli occhi di un osservatore non del settore, potrà apparire anche come il frutto d’innumerevoli ricerche scientifiche nel campo della sessuologia. Eppure le cose non stanno proprio così. E’ senz’altro vero, e diversi studi lo confermano, che vi sia un legame statistico fra frequenza sessuale e felicità ma siamo così sicuri che fare più sesso ci renda in ogni caso più felici? E se qualcuno vi dicesse che fare più sesso potrebbe aumentare la vostra felicità solo fino ad un certo punto? In altre parole, se esistesse un limite alla felicità sessuale?

Una nuova serie di studi sembra evidenziare proprio questo. Tale limite esiste e una volta raggiunto aumentare la frequenza sessuale sortisce effetti controproducenti. La ricerca in questione, condotta da ricercatori dell’università di Toronto (Canada) e pubblicata sul Journal Social Psychological and Personality Science, è il risultato dell’integrazione di tre studi paralleli e ha visto coinvolti più di 30.000 partecipanti. Come detto sopra, sulla base di tutti i precedenti studi in materia di sesso e benessere, l’opinione comune che si è affermata induce a ritenere che una maggior frequenza sessuale sia sempre correlata ad una maggiore felicità o quantomeno ad una crescente soddisfazione di coppia. Una crescita direttamente proporzionale e senza limiti. In alter parole, più sesso = più felicità.

Quello che hanno scoperto però non è ciò che comunemente crediamo. Il rapporto fra frequenza sessuale e felicità ha, in realtà, un limite. Rappresentando graficamente la relazione fra i due aspetti, i ricercatori, dati alla mano, hanno tracciato una linea che ad un certo punto ha interrotto la sua crescita, livellandosi su una certa soglia. Un punto oltre il quale l’aumento della frequenza sessuale sembrerebbe non produrre più i suoi effetti benefici. Dunque, esiste una soglia per la felicità sessuale!

Domanda da un milione di dollari: qual’é questa soglia? Qual’é la frequenza oltre la quale il sesso non rende più felici? La risposta potrà sorprendervi: fare sesso una volta a settimana! La ricerca, infatti, mette in luce che le coppie che avevano rapporti a cadenza settimanale risultavano allo stesso livello di felicità di quelle che lo facevano più di una volta. Persino di quelle coppie che lo facevano più volte al giorno.

Se ci sia un segreto dietro al sesso settimanale sicuramente non è facile capirlo ma questa non è stata neanche l’unica ricerca che ha rivelato che l’aumento della frequenza sessuale non combaciava con un aumento della felicità di coppia. In un altro studio *, in cui a delle coppie veniva chiesto di raddoppiare la frequenza dei loro rapporti sessuali nell’arco del mese, i ricercatori sono giunti alla conclusione che l’aumento della sessualità non si associava ad un aumento della felicità di coppia. Anzi per alcuni era risultata un’esperienza piuttosto negativa.

Detto ciò dobbiamo prendere le conclusioni dei ricercatori con spirito critico. Non sappiamo infatti se sia la monofrequenza settimanale a rendere felici o piuttosto se sia la regolarità dell’atto. Probabilmente entrambi gli aspetti sono parte della spiegazione. Inoltre per la maggior parte delle persone una volta a settimana potrebbe essere la “dose” giusta ma per i restanti l’optimum potrebbe nascondersi in qualcosa di più o di meno della cadenza settimanale.

In virtù del fatto che tali conclusioni ci giungono dal lontano Canada sarebbe interessante capire se anche alle nostre latitudini, quelle dei latin-lovers per intendersi, tali risultati venissero confermati. In attesa di ulteriori studi quello che sicuramente è importante sottolineare è il fatto che tutta la pressione culturale a cui siamo sottoposti, che ci induce a credere che volere “di più” sia la scelta migliore, deve registrare una battuta d’arresto. Non sempre quel di più è meglio. Neanche per quanto riguarda la felicità sotto le lenzuola. Per quanto possa apparire strano, la maggior parte delle persone non ha bisogno di accoppiarsi come conigli per essere felici!

Fonte: https://www.centroilponte.com/sesso-una-volta-a-settimana-lo-dice-la-scienza/

La sigaretta fa male! Lo dice la scienza….

La strategia della negazione

I primi studi sui danni da tabacco furono realizzati all’inizio degli anni Cinquanta: fu il giovane epidemiologo inglese Richard Doll (successivamente diventato, insieme al collega Richard Peto una delle icone della moderna epidemiologia) a pubblicare per primo uno studio in cui mostrava come “il rischio di malattia aumenti con la quantità di tabacco fumato”.

Tra il 1950 e il 1953 furono pubblicati numerosi altri studi simili. Fino al più importante, uscito nel 1954. Firmato da Cuyler Hammond e Daniel Horn, due scienziati dell’American Cancer Society, fu realizzato su 187.776 uomini tra i 50 e i 69 anni. I risultati furono sconvolgenti: i fumatori presentano un rischio di morte superiore a quello dei non fumatori del 52%.

Ma non uscirono solo numeri e ricerche. Gli scienziati provarono a rispondere colpo su colpo al negazionismo dei sostenitori del tabacco. Come fece Evarts Graham, che gli storici ricordano come il primo chirurgo a realizzare un intervento di pneumonectomia. Nel 1954 Graham propose dalle pagine della rivista medica Lancet di condurre un esperimento che risolvesse, una volta per tutte, la presunta “controversia scientifica”: cavie umane, da tenere venticinque anni al chiuso, al riparo da altre forme di inquinamento, con la sola compagnia della sigaretta. Era una provocazione, ovviamente, ma illustrava bene un problema: il tumore si sviluppa in anni e anni e, durante questo lasso di tempo siamo esposti ad altre forme di inquinamento dell’aria. Impossibile quindi che uno studio trovi una “prova diretta” del legame che gli scienziati stavano cercando. Ma questo non significa che con gli strumenti della statistica questo stesso legame non possa essere comunque evidenziato in tutta la sua (oggi ovvia) drammaticità. Era una spiegazione chiara, ma non bastò e rimase confinata nelle pagine di una rivista scientifica. Ironia della sorte, Graham stesso morì nel 1957 proprio per un tumore al polmone: era stato anche lui un forte fumatore, prima di farsi venire il dubbio, in una sala operatoria e operando un paziente colpito dal tumore al polmone.

 

Il potere dell’immagine

Del resto sono gli anni Cinquanta e tutti fumano. E fumano ovunque. Attori e medici, soprattutto, ritratti belli e sorridenti nei manifesti pubblicitari delle marche di sigarette, a giurare che il fumo fa bene alla pelle e fa bene alla salute. Uno di questi è il dottor Clarence Cook Little, che passa dalla American Cancer Society alla direzione del Tobacco Industry Research Committee (nel 1964 cambierà nome nel più efficace Council on Tobacco Research). Con tutta la sua autorevolezza di camice bianco, Little dichiara più volte alla stampa che certi risultati vanno presi con cautela, altri studi saranno necessari e le cose sono complesse. Fumosità di questo tipo. Che però funzionano.

“Se nel 1954 la lobby del tabacco non avesse trovato Clarence Little forse avrebbe dovuto inventarlo: corrispondeva esattamente alle loro necessità. Energico, loquace e supponente” si legge nel libro L’imperatore del male. Una biografia del cancro che spiega la sua filosofia citando una relazione interna, scritta nel 1969 per rispondere alla minaccia incombente di bando alla pubblicità di sigarette: “Il dubbio è ciò che dobbiamo vendere, perché è il miglior modo di competere con il dato di fatto” (solo nel gennaio di quest’anno, al termine di una lunga battaglia giudiziaria, l’industria del tabacco ha finalmente ammesso di aver mentito sui rischi di cui era ben consapevole).

È questo il contenuto principale della Legacy Tobacco Documents Library: ricerche su ricerche, che vengono eseguite con criteri inoppugnabili e poi artatamente nascoste alla collettività. Tra queste c’è la prima dimostrazione di come le foglie di tabacco concentrino il polonio ambientale, che è una sostanza radioattiva. È stata realizzata negli anni Cinquanta: almeno dieci anni prima di quelle ufficiali condotte da scienziati indipendenti. Si diffondono invece ricerche volte a dimostrare il contrario, scritte da scienziati conniventi e ben pagati: ricerche che furono poi utilizzate in tribunale nelle cause per danni da fumo a difesa dei produttori di sigarette.

Non solo. Si fonda una specie di finta rivista scientifica dedicata al tema: sono i Reports on Tobacco and Health Research. I suoi titoli hanno la funzione di far credere che gli scienziati siano spaccati in due fazioni (“Uno pneumologo riporta ventotto ragioni per dubitare del legame tra sigarette e tumore”) o l’intenzione di confondere le acque (“Nascere in marzo potrebbe predisporre al tumore al polmone”).

Ma Big Tobacco investe miliardi di dollari anche nelle strategie pubblicitarie rivolte direttamente al pubblico. La prima è la campagna del gennaio 1954: 448 organi di stampa, tra cui il New York Times, pubblicano un’inserzione a pagamento in cui si ribadisce che non c’è unanimità sul ruolo del fumo nello sviluppo di tumore al polmone, che le statistiche sono confuse e al momento non si sa.

 

La scienza fa breccia

Invece la comunità scientifica sa. E finalmente riesce a penetrare la politica. Il primo atto ufficiale da parte delle istituzioni americane è in particolare del Chirurgo generale degli Stati Uniti Luther Terry, arriva nel 1964. È il rapporto Smoking and Health ed è considerato il più importante contrattacco da parte della salute pubblica. Finalmente è messo nero su bianco: il fumo di sigaretta causa il tumore al polmone.

Negli anni Ottanta arrivano altri rapporti ufficiali, firmati da un altro grande personaggio di questa storia: Charles Everett Koop, all’epoca anche lui Chirurgo generale degli Stati Uniti. Si dice chiaramente che la nicotina crea dipendenza esattamente come l’eroina e la cocaina. Si illustrano i legami tra il fumo e i tumori di polmone, laringe, esofago, stomaco, vescica, pancreas e reni. Il 30% delle morti da tumore è attribuibile al fumo, si legge. Per non parlare dei danni all’apparato cardiovascolare e a quello respiratorio.

Koop sottolinea anche la sproporzione tra gli investimenti pubblicitari delle industrie del tabacco e quelli per le campagne antifumo: per ogni dollaro investito nelle seconde, le prime ne spendono 4.000. Così si decide di fare qualcosa di molto economico: scrivere sui pacchetti di sigaretta le etichette informative che leggiamo anche oggi. È così che inizia a calare la percentuale di fumatori negli Stati Uniti: dal 38 al 27%. Ed è anche la fine della strategia negazionista.

Restano altre strategie per conquistare il mercato e continuare a vendere. Per esempio, le strategie d’immagine: prendi una star del cinema e pagala per fumare mentre interprita Rocky e Rambo o mentre accavalla le gambe in maniera sensuale e avrai conquistato un nuovo fumatore, specie fra i più giovani. E restano i cento milioni di morti attribuibili al fumo nel corso del secolo scorso.

 

Anche la nicotina è colpevole

La nicotina è cancerogena. Direttamente. È il risultato di un’analisi pubblicata nel giugno di quest’anno su Nature Reviews Cancer che per la prima volta mette un punto fermo sulla questione. Il fumo di sigaretta contiene 60 molecole cancerogene ben conosciute: da oggi aggiungiamo anche la nicotina a cui finora si attribuiva “solo” la responsabilità della dipendenza dal tabacco.

La lista dei tumori associati al consumo di nicotina è lunga: comprende i tumori al polmone e quelli di testa e collo, i tumori dello stomaco e del pancreas, i tumori del fegato e delle vie biliari, i tumori al seno, alla cervice uterina, alla vescica e al rene. L’articolo spiega anche il come e il perché: l’arrivo della nicotina sul suo recettore provoca l’attivazione di una serie di catene metaboliche a loro volta cancerogene. Questo spiegherebbe anche la differenza di suscettibilità che osserviamo tra una persona e l’altra: ciascuno di noi, infatti, ha piccole differenze genetiche che spiegano differenze strutturali e funzionali di quel recettore che non hanno nessuna conseguenza di rilievo nella nostra vita normale, ma hanno conseguenze pesantissime nella risposta al fumo di sigaretta.

Che cosa cambia sapere che le sostanze cancerogene sono 61 e non più 60? Niente, per chi fuma (e dovrebbe conoscere i danni che provoca) e nemmeno per chi non fuma. Cambia invece moltissimo per chi sta smettendo di fumare: i prodotti a base di nicotina che servono da ausilio in questa difficile fase non sono così innocui come credevamo un tempo e dovrebbero essere utilizzati solo per il tempo strettamente necessario, così come le sigarette elettroniche che contengono solo nicotina e non solo aromatizzanti.

 

fonte: https://www.airc.it/news/quando-la-scienza-capi-che-la-sigaretta-fa-male

Gli smartphone ci rendono più tonti, lo dice la scienza

Lo dicono parecchi studi, fra cui uno esposto nella House of Lords da una neuroscienziata:

Mai come in questo caso la dimostrazione di una tesi è empirica. Gli smartphone hanno reso le persone più ‘tonte’, meno sveglie, meno capaci dal punto di vista intellettivo. E non parliamo solo di chi è letteralmente addicted, tanto che finisce sotto un treno facendo un selfie o cade dalle scale leggendo una notifica di un social network. Non è solo questione di avere gli occhi perennemente puntati sui dispositivi tecnologici. Il cervello sta letteralmente perdendo funzioni a causa dell’uso smodato di smartphone e simili. Lo affermano diversi studi, lo sottolinea con forza – già da diversi anni – la neuro scienziata (e baronessa) Susan Greenfield. E lo ha dichiarato durante un intervento presso la House of Lords britannica (fonte).

Gli smartphone fanno perdere intelligenza

Le ricerche della studiosa da anni si concentrano sugli effetti della tecnologia sulla mente, da molti punti di vista. Secondo lei, e non solo, il cervello sta fisicamente cambiando a causa di essa. Organo particolarmente plastico, le capacità del cervello vengono adeguatamente sfruttate solo se utilizzate regolarmente. E da quando gli smartphone fanno parte della nostra vita ci sono tantissime funzioni che non mettiamo più in pratica. Legate alla memoria per esempio, al problem solving, all’apprendimento.

Chi appartiene alla generazione ‘pre-smartphone’ ricorda che memorizzare i numeri di telefono era una sorta di automatismo. Oggi non serve, e non serve nemmeno ricordare i nomi delle persone, o le date degli appuntamenti. Ci pensa il telefono a ricordarcelo. Come non servono approfonditi studi per conoscere qualcosa, basta una veloce ricerca online, si legge un riassuntino – e con ogni probabilità lo si dimentica nel giro di due ore. Le risorse sono nella tecnologia, non più nei nostri cervelli.

Secondo Greenfield, la mancanza di pratica rende la memorizzazione assai più difficile di un tempo. Oltre il fatto che le ore spese online diminuiscono la socialità reale, con conseguenze anche su aree del cervello che riguardano la sfera emotiva.

Fonte: https://www.stile.it/2017/09/26/gli-smartphone-rendono-tonti-id-165053/

Indossi gli occhiali? Sei più intelligente, sano e onesto. Lo dice la scienza

 

Chi porta gli occhiali ha spesso un’aria più intellettuale, da persona seria, affidabile e intelligente. Questo nell’immaginario collettivo avviene praticamente da sempre. Ma ora a dirlo è anche la scienza.

Secondo uno studio fatto dall’Università di Edimburgo, infatti, coloro che hanno geneticamente un “difetto” alla vista sono dotate di un quoziente intellettivo più alto. Ci sarebbe, quindi, una reale correlazione tra occhiali e intelligenza.

Il legame tra occhiali e intelligenza

Il dato emerge da una ricerca fatta su un campione di 300mila tra donne e uomini (giovani, adulti e anziani dai 16 ai 102 anni) del continente europeo. I risultati, pubblicati su Nature Communications, sono stati ottenutistudiando il Dna delle persone che hanno fatto parte del campione e i loro test attitudinali, dimostrando appunto la correlazione tra difetto visivo e maggiore intelligenza.

In pratica coloro che indossano gli occhiali hanno il 30% in più di probabilità di avere un quoziente intellettivo più alto degli altri. Così come di avere una maggiore longevità e meno rischi di ammalarsi di alcune patologie.

Salute e fiducia: il segreto è negli occhi

Certo è che anni passati a studiare, a lavorare o a documentarsi al pc portano di fatto a un calo della vista per l’eccessivo sforzo a cui si sottopongono gli occhi. In questo caso l’uso degli occhiali quindi dipende anche da uno stile di vita e dalle proprie attitudini.

La correlazione va comunque presa con le dovute cautele, il campione è solo europeoinfatti e non coinvolge cittadini di altri paesi. Ma i dati sembrano andare in una sola direzione: le persone più intelligenti mostrano una probabilità maggiore di portare occhiali o lenti a contatto.

Tra l’altro sempre secondo lo studio chi porta gli occhiali vive più a lungo e soffre meno di ipertensione e di altre patologie come infarto, ictus e depressione. La persona con gli occhiali viene percepita come onesta e affidabile. Portare gli occhiali oggi è motivo di orgoglio!

Fonte: www.otticavasari.it