Perché la Festa della Repubblica si festeggia il 2 giugno? Te lo dice la scienza.

Il 2 giugno si celebra la Festa della Repubblica in ricordo del referendum che in quello stesso giorno, nel 1947, decretò il passaggio dell’Italia da un sistema politico monarchico a uno repubblicano.

In quei due giorni (si votò anche il 3 giugno) votarono per la prima volta anche le donne: fu la prima volta nella storia italiana in cui si svolsero delle votazioni a suffragio universale.

I risultati del referendum vennero resi noti il 18 giugno 1946 e quel giorno la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente la nascita della Repubblica Italiana: a favore della repubblica si erano espressi 12.718.641 di italiani, a favore della monarchia erano stati 10.718.502 (le schede nulle o bianche furono invece 1.498.136).

Il referendum mise così fine al Regno d’Italia che dal 1861, data dell’unificazione, per 85 anni, era stato guidato dalla famiglia reale dei Savoia, e fece nascere la Repubblica Italiana. L’Italia passò in questo modo da una monarchia costituzionale a una repubblica parlamentare.

SUFFRAGIO UNIVERSALE. Il 2 e 3 giugno furono le prime elezioni dopo 22 anni di regime fascista (le ultime erano state nel 1924). Agli elettori, tutti i cittadini italiani di ambo i sessi e maggiorenni cioè, all’epoca, d’età superiore a 21 anni, furono date due schede. La prima per il referendum istituzionale e la seconda per l’elezione dei deputati dell’Assemblea Costituente, l’organo che avrebbe avuto il compito di redigere la nuova carta costituzionale secondo l’orientamento emerso dal referendum.

A seguire, il 1º luglio Enrico De Nicola venne nominato primo presidente della Repubblica Italiana, Alcide De Gasperi fu il primo presidente del Consiglio e il 1º gennaio 1948 entrò in vigore la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.

LA FESTA DELLA REPUBBLICA. Si decise fin da subito di celebrare la Festa della Repubblica in occasione dell’anniversario del referendum (e non della proclamazione), ma dal 1977 al 1999, a causa della crisi economica della fine degli anni ‘70, è stata spostata alla prima domenica di giugno, per non perdere alcun giorno di lavoro.

Come è consuetudine, il cerimoniale ufficiale della Festa della Repubblica prevede che il Presidente della Repubblica deponga una corona d’alloro in omaggio al Milite Ignoto, all’Altare della Patria. Lungo i Fori Imperiali, sempre a Roma si svolge poi la sfilata delle forze armate.

Il 2 giugno è una delle giornate in cui è più facile ascoltare l’inno nazionale detto Inno di Mameli ma che in realtà si chiama Canto degli italiani.

Fonte: https://www.focus.it/cultura/storia/festa-della-repubblica-2-giugno

Fare shopping fa bene: lo dice la scienza

Secondo uno studio scientifico fare shopping fa diminuire stress e ansia.

“Fare shopping è terapeutico”: a darci questa buona notizia è stato un gruppo di ricercatori di Taiwan e Australia che hanno condotto uno studio scientifico su 1.900 volontari, uomini e donne. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista specializzata “Journal of epidemiology and community health”.

Secondo lo studio, fare shopping fa bene per diversi motivi: innanzitutto riduce lo stress, che è una delle cause principali di malattie come quelle cardiovascolari. Poi aumenta l’autostima: beneficio riscontrato anche per gli acquisti online. Ma non è tutto, perché a questo bisogna aggiungere il fatto che ci invoglia a fare esercizio fisico, per spostarci da una vetrina all’altra (ovviamente, questo beneficio non riguarda lo shopping online) e a mantenere la linea: per vedersi meglio negli abiti da provare in camerino. Qualcuno avrà anche notato che lo shopping rende felici: ebbene, anche questo aspetto è confermato. Di conseguenza riduce depressione e senso di isolamento.

Gli studiosi inoltre rassicurano: per avere questi benefici, non è necessario spendere tanto. Piuttosto è preferibile farlo con regolarità.

Per chi sta già facendo i salti di gioia, c’è anche una raccomandazione: è vero che lo shopping fa bene, ma non deve diventare un’ossessione, perché questo potrebbe comportare una dipendenza patologica.

Il consiglio è di farlo con moderazione: magari prefissando un budget ragionevole.

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Le donne devono dormire in più rispetto agli uomini. Lo dice la scienza

Le donne devono dormire 20 minuti in più rispetto agli uomini:

questa è la tesi sostenuta dalla National Sleep Foundation che ha svolto una ricerca su un campione di persone tra i 26 e i 64 anni. Sebbene per un risposo ottimale siano necessari, sia agli uomini che alle donne, dalle 7 alle 9 ore, le donne dovrebbero rimanere a letto circa 20 minuti in più.

Il motivo? Riguarderebbe la struttura neuronale:

secondo una ricerca dell’Università della Pennsylvania quella delle donne permette migliori doti comunicative e di analisi, oltre ad una migliore memoria. Questo significa che le donne sono più abili nel trovare soluzioni e risolvere problemi, ma questo porta ad un maggiore consumo di energia che può sfociare nella stanchezza. Per ovviare a questo “problema” e ricaricare le batterie sono necessari dunque 20 minuti di sonno in più.

Purtroppo però pare che le donne soffrano di insonnia più degli uomini:

come afferma Javier Puertas, capo del dipartimento di neurofisiologia dell’Unità del sonno dell’ospedale La Ribera di Valencia, «Statisticamente le donne soffrono il doppio di insonnia degli uomini e soffrono di più dal punto di vista delle prestazioni cognitive e somatiche». La maggior parte delle donne tra i 30 e i 60 anni dorme circa 6 ore al giorno e questo causa problemi di sonnolenza e mancanza di concentrazione durante le attività del giorno. Non c’è una spiegazione scientifica a questo, sebbene Puertas sostenga che si possa trattare di alcuni fattori biologici: «È stato dimostrato che l’udito di una donna è più sensibile quando si tratta di percepire o reagire al pianto di un bambino».

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Chi cammina a passo spedito vive di più, lo dice la scienza

Una ricerca rivela che le persone che hanno un’andatura veloce possono vivere oltre 10 anni di più di chi si muove più lentamente.
Chi cammina a passo spedito vive di più, lo dice la scienza
Se cammini a passo veloce, che sia per la fretta o per semplice abitudine, stai facendo una cosa positiva per il tuo organismo: secondo una ricerca dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sulla Salute (NIHR) del Leicester Biomedical Research Center, infatti, le persone che hanno un’andatura veloce vivrebbero più a lungo rispetto a quelle che, invece, si muovono più lentamente.

Questo studio, pubblicato sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, è il primo che indaga sulla correlazione tra velocità di camminata e aspettativa di vita: sono state analizzati i dati di 474.919 persone con un’età media di 52 anni contenuti nella Biobanca britannica tra il 2006 e il 2016. Ciò che è emerso da questa analisi, è che le donne che camminano a passo spedito hanno un’aspettativa di vita che oscilla tra gli 86,7 e gli 87,8 anni, mentre quella degli uomini è tra gli 85,2 e gli 86,8 anni. Questi valori scendono a 72,4 anni per le donne e a 64,8 anni per gli uomini che, invece, tendono a muoversi più lentamente. Questi risultati valgono anche per le persone in sovrappeso, ciò che conta è il loro modo di camminare.

Il professor Tom Yates dell’Università di Leicester ha spiegato: “Le nostre scoperte suggeriscono come la forma fisica sia un indicatore migliore dell’aspettativa di vita rispetto all’indice di massa corporea – ha detto – e che incoraggiare le persone a camminare a passo spedito possa aggiungere degli anni alle loro vite”.

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Le diete sono peggio delle suocere, lo dice la scienza

Fino a qualche anno fa la parola “dieta” era strettamente correlata alla prova costume. Ora la tendenza è mettersi in linea prima dei tour de force gastronomici delle feste, in modo da evitare le occhiatacce della suocera a tavola. Troppo spesso però i regimi alimentari per perdere peso in fretta si rivelano scorretti. L’associazione dei dietisti inglesi ha stilato la top five delle diete che danneggiano il fisico e il benessere di chi le segue.

DIETE LIQUIDE. La Dukan, prevalentemente iperproteica, è al primo posto, perché priva il corpo di ogni carboidrato, anche quello naturalmente contenuto nella verdura. Al secondo posto la Ken diet (dove “ken” è l’acronimo di ketarogenic enteral nutrition), che vieta ogni cibo solido al condannato. Per dieci giorni il soggetto si alimenterà con un composto liquido introdotto nel suo organismo tramite un tubo di plastica, per un totale di due litri di questa miscela in un tot di ore. Al terzo posto la Party girl grip diet, inizialmente utilizzata per curare pazienti gravemente denutriti e con pesanti carenze vitaminiche. Le celebrity come Rihanna hanno invece sostituito queste flebo di vitamine da 250 ml come veri e propri pasti.

UBRIACHI PER LA LINEA. Al quarto posto, un regime dietetico che è più che altro uno stile di vita sbagliato, la “Drunkorexia”, ovvero limitare al minimo le calorie assunte dal cibo, preferendo quelle che donano gli alcolici. Tenendo conto che un bicchiere di vino rosso contiene circa 80 calorie, per sfamarsi serve praticamente essere sempre ubriachi. Al quinto posto, la Omg diet, che sta spopolando e che si basa su strambi concetti, come docce di acqua ghiacciata per stimolare il metabolismo e l’assunzione di generose tazzine di caffè nero prima di fare attività fisica. A leggere quest’elenco, viene voglia di sopportare felicemente le occhiate della suocera.

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E’ possibile manipolare le elezioni? Ve lo dice lascienza

Manipolare le elezioni con i social, che dice la scienza

Dopo il caso Cambridge Analytica, il punto di vista di uno scienziato di computational social science. E’ davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? E’ perché sarebbero monipolabili soprattutto i populisti? Prime parziali risposte

Avete presente quelle app che su Facebook ti propongono quegli stupidi test del tipo “Qual è la tua personalità” oppure “Come saresti come attore di Hollywood”? Bene: attenti a cliccarci sopra, potreste mettere in pericolo la democrazia.

 

Il caso Cambridge Analytica

La storia è quella di Cambridge Analytica e dell’uso che ha fatto di quello che da alcuni è stato chiamato operazioni di guerra informatica a scopo elettorale, in una parola electoral cyberwarfare. In estrema sintesi, ecco i fatti. Cambridge Analytica, una società di analisi dati usati per scopi di marketing e di comunicazione politica, ha raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook di elettori statunitensi senza alcun consenso, per usarli in un software che aveva l’obiettivo di manipolare e influenzare il comportamento elettorale durante le presidenziali americane del 2016 che hanno visto la vittoria di Donald Trump. La società è in parte di proprietà di Robert Mercer, proprietario di un importante fondo d’investimento, che ne ha finanziato la nascita su consiglio di Steve Bannon, ex direttore del sito Breitbart, voce dell’alt-right americana, nonché ex capo della campagna di Donald Trump. Questa storia è stata rivelata da alcuni articoli apparsi inizialmente su The Observer e poi su The Guardian e New York Times. La fonte che ha rivelato la vicenda è un data scientist canadese – Christopher Wylie – che ha collaborato a sviluppare la strategia che ha consentito di raccogliere in maniera indiscriminata i dati degli elettori americani.

A questo punto inizia la parte che apre problemi profondi dal punto di vista scientifico, etico e deontologico delle social media platform globali. Christopher Wylie ha rivelato che lo strumento usato per raccogliere i dati degli elettori americani è stata una app Facebook di quelle che invitano a partecipare a piccoli test psicologici dal nome This is your digital life, messa a punto da un ricercatore dell’Università di Cambridge – Aleksandr Kogan – che ha pagato alcuni utenti detti seed (attraverso la piattaforma Amazon Mechanical Turk) per usare la app, anche se raccoglieva anche i dati della rete dei contatti sociali dei seed (in media 160 persone) a loro insaputa. In questo modo hanno raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook con il benestare della società di Mark Zuckerberg che interrogando la Global Science Research – la compagnia proprietaria della app – si è vista rispondere che era per scopi di ricerca.

Facebook era stata già allertata di una enorme emorragia dei dati già nel 2015, ma ha deciso di intervenire solo recentemente, sospendendo il profilo social di Kogan, quello di Wylie e l’accesso ai dati di Cambridge Analitica, dopo che la storia è stata pubblicata dal Guardian. In questo momento c’è in corso un botta e risposta tramite comunicati stampa tra Facebook e Cambridge Analytica per comunicare relative responsabilità ed eventuali reazioni legali.

Questa storia avrà sicuramente un lungo strascico, molto simile alla vicenda di Edward Snowden, e soprattutto contribuirà a riaprire il dibattito sulla pericolosità delle piattaforme di social media per la tenuta democratica. Ma per uno studioso di Computational Social Science come il sottoscritto, ci sono due domande che sono assolutamente interessanti.

 

Manipolazione via social, che dice la scienza

La prima domanda: è davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? La risposta a questa non è univoca, richiede di contestualizzare la questione. Negli ultimi dieci anni ha cominciato ad emergere una tendenza interessante nello studio della psicologia quantitativa, che è la possibilità di sviluppare elaborati profili degli utenti attraverso l’analisi del loro comportamento negli spazi social.

Gli autori che hanno dato inizio a questo promettente filone di ricerca sono Michal Kosinski e David Stillwell del Cambridge University Psychometrics Centre che grazie ad una app sviluppata per scopi di ricerca – MyPersonality – hanno raccolto le reazioni e i dati di una serie di utenti – questi sì – correttamente informati sulle caratteristiche della app e sull’uso che avrebbero fatto dei dati così raccolti. Il risultato è stato lo sviluppo di una serie di modelli in grado di profilare con una certa precisione le caratteristiche psicologiche, organizzandoli in cinque profili principali (secondo la teoria psicologica detta dei big five alla base dei più diffusi test della personalità).

Fin qui la ricerca scientifica. Il passo ulteriore fatto da Cambridge Analytica tramite Alex Kogan e Christopher Wylie è stato quello di correlare il profilo psicologico degli utenti con una serie di informazioni sull’orientamento politico (desunto dai like delle pagine) in modo tale da testare specifici messaggi pubblicitari su Facebook a seconda del profilo psicologico delle persone. Detto in altro modo: due persone che si trovavano a usare Facebook durante il periodo delle presidenziali USA del 2016, avrebbero avuto due diversi messaggi che invitavano a votare Donald Trump basato sul loro test psicologico e sulla composizione dei like messi sulle pagine Facebook. Ha funzionato questa strategia? Non è possibile dare una risposta certa, d’altronde la vittoria di Trump non può essere attribuita solo ad una sofisticata strategia computazionale, però sicuramente possiamo ipotizzare che sugli elettori indecisi è probabile che la campagna Facebook possa avere avuto un risultato positivo.

Seconda domanda: Cambridge Analytica segnala come propri casi di successo il ruolo consulenziale avuto per la Brexit e le presidenziali USA del 2016. Questo vuol dire che la propaganda computazionale data-based ha successo prevalentemente con i movimenti populisti? Qui entriamo nella fantapolitica, ma è possibile provare a ragionare sulla questione. Se fosse vero che il populismo è più sensibile ad una comunicazione semplice e mirata, vorrebbe dire che la mente di chi vota conservatore sia diversa dalla mente di chi vota liberale. Chi ha sollevato la questione è il linguista George Lakoff che nel suo libro “Moral Politics” ha ipotizzato che i conservatori hanno un modello familiare rigoroso, in cui i valori sono fondati su autodisciplina e lavoro duro, mentre i liberali hanno un modello familiare partecipativo, in cui i valori sono basati sul prendersi cura gli uni con gli altri.

Questo potrebbe portare i conservatori populisti ad una maggiore sensibilità verso messaggi diretti che insistono sulla paura come leva principale, e che consente alla comunicazione di essere più diretta, chiara, prospettando soluzioni semplici. Tutto questo potrebbe essere aiutato dal fatto che al netto della retorica della condivisione e della partecipazione, quando navighiamo su Facebook siamo soli, specialmente per quanto riguarda le inserzioni pubblicitarie. Fantapolitica, dicevamo, magari la soluzione è più semplice: i democratici (inglesi e americani) non hanno investito in tempo e nel modo giusto sulla questione, oppure la questione ha bisogno di essere approfondita usando argomentazioni che chiamano in causa filter bubble, echo chamber e nuove strategie della disinformazione (quelle che alcuni definiscono fake news). Non è semplice rispondere a queste domande se prima non si comincia a lavorare con un approccio scientifico sull’argomento.

Certa è una cosa: se alcuni dei fatti emersi in questa vicenda fossero confermati, potremmo a ragione dire che la Brexit e la vittoria di Donald Trump siano stati i più grandi esperimenti sociali del XXI secolo. La fisica ha avuto come momento di riflessione il progetto Manhattan che portò alla costruzione della bomba atomica, forse le scienze sociali del XXI secolo stanno avendo come momento di riflessione il caso di Cambridge Analytica.

 

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Sempre in ritardo? Sei più produttivo, lo dice la scienza

I ritardatari cronici involontari, odiati da tutti i puntuali, sono persone creative, produttive e vivono più a lungo. Il “colpevole”? l’ottimismo

Le persone spesso in ritardo sono le più creative. L’avreste mai detto? Conosciamo tutti qualcuno perennemente in ritardo, spesso siamo proprio noi che involontariamente ci facciamo attendere. Quante volte siamo stati ripresi per esserci fatti aspettare? Probabilmente molto spesso. Certo, i più fortunati di noi hanno un amico nella compagnia che è ancora più dedito al ritardo, ma cosa bene diversa è tardare al lavoro.

Nulla da dire, sicuramente il ritardo non è stato intenzionale (se lo è, beh siamo di fronte ad un probabile atteggiamento passivo aggressivo) ma chi ci ha aspettato non ne sarà comunque felice. Il ritardatario cronico inconsapevole non lo fa per una mancanza di rispetto o per scarsa professionalità: ha semplicemente una concezione del tempo diversa da chi è sempre puntuale al secondo, tanto che le persone in ritardo sono più produttive. A volte capita di essere pronti in anticipo (talvolta anche di molto) e di voler ammazzare il tempo sbrigando qualcosa che nella nostra mente è veloce, ma che poi richiede più tempo del previsto.

Un po’ come nel caso del multitasking: non sempre l’opzione “fare più cose contemporaneamente” risulta essere la scelta migliore per ottimizzare i tempi. Secondo la scienza quello, che ci frega è l’essere ottimisti. Si avete capito bene: essere ottimisti è la causa del nostro perenne ritardo; questo ci porta a pensare di avere più tempo a disposizione e quindi di poter fare più cose e quindi ci fa essere più creativi. Questo pensiero positivo è la nostra croce e delizia.

Se infatti da una parte ci fa essere persone sempre in ritardo e ci fa riprendere per la nostra abitudine, dall’altra invece risulta essere il tratto della personalità che ci fa avere più successo nella vita: essere in ritardo ci fa essere più creativi e produttivi. Uno studio effettuato su dei venditori ha dimostrato che gli ottimisti completano l’88% in più di vendite dei colleghi. Ma sul fronte ottimismo c’è di più: pare infatti che vivere la vita con atteggiamento positivo faccia vivere più a lungo poiché il cuore sarà sottoposto a minor stress.

L’ottimista, insomma, è meno competitivo ed impaziente e più rilassato e creativo: per lui non è tanto importante stare attento ai dettagli quanto il quadro generale della vita. E se credete che essere persone in ritardo ma più creative non vi farà perdonare questa pecca o che essere ritardatari ma più produttivi possa portare il vostro superiore a darvi il ben servito, vi basti pensare che in Marocco si può addirittura arrivare il giorno dopo senza creare scompensi a chi ci attende, ma guai a farlo in Germania, qui infatti è di gran lunga preferibile arrivare in anticipo.

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Un animale domestico allunga la vita: lo dice la scienza

Stando a quanto riporta la rivista Scientific Reports, i proprietari di cani hanno meno probabilità di morire

Avere un animale domestico riempie la vita di gioia. Gli amici a quattro zampe, oltre a fare compagnia, offrono tanto affetto. A quanto pare, averli accanto apporterebbe notevoli benefici alla propria salute. Stando a quanto si legge sul Business Insider, allungherebbero addirittura la propria via. Quest’affermazione rimanda a uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Uppsala e pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

 

I proprietari di un animale domestico vivono più a lungo

I ricercatori, avvalendosi dei registri del sistema sanitario nazionale, hanno monitorato lo stato di salute di 3,4 milioni svedesi (40-80 anni) in un arco di tempo di ben 12 anni. Li hanno poi confrontati con i registri di proprietà dei cani, divenuto obbligatorio in Svezia dal 2001. Cosa è emerso? Le persone con i cani avevano un rischio ridotto del 23% di morte per malattie cardiache come insufficienza cardiaca, ictus o infarto rispetto ai loro coetanei sprovvisti di quattrozampe.

Nel caso dei single lo studio ha rilevato che le persone che vivono da sole con un cane hanno un rischio di morte ridotto del 33% rispetto a coloro che non sono proprietari di animali. Parola di Mwenya Mubanga, autrice principale dello studio.

 

Avere un cane porta a fare più esercizio fisico

La scoperta dello studio svedese rimanda a quanto riportato, nel 2013, dall’American Heart Association. I proprietari di cani hanno una pressione sanguigna e livelli di colesterolo migliori e addirittura hanno diminuito le risposte del sistema simpatico allo stress. Ma è difficile determinare perché le persone con animali godano di questi benefici per la salute.

Secondo Tove Fall, una delle ricercatrici dello studio, il collegamento potrebbe essere dovuto al fatto che possedere un cane porti le persone a mantenersi più attive. Non solo, andrebbe anche a incrementare le interazioni sociali. Non resta che ribadire che il cane è, a tutti gli effetti, il migliore amico dell’uomo.

 

fonte: https://www.stile.it/2017/12/02/un-animale-domestico-allunga-la-vita-lo-dice-la-scienza-id-172695/

La barba contiene più germi del pelo di un cane: lo dice la scienza

La ricerca è stata condotta su 18 uomini con la barba e 30 cani di razze diverse.

Non importa che sia lunga o corta, la barba contiene più germi del pelo del cane. A confermarlo è stata un ricerca scientifica.Tutto è partito da uno studio condotto per appurare se uno stesso apparecchio per la risonanza magnetica può essere condiviso da umani e amici a 4 zampe senza rischi per la salute dell’uomo. Accade infatti che, in casi di sottoutilizzo dell’apparecchiatura, questa possa essere messa a disposizione dei veterinari.

La ricerca è stata condotta mettendo a confronto 30 cani di diverse razze (di  3,8 anni) e 18 uomini con la barba (di 36 anni). I ricercatori hanno prelevato un campione di pelo e di barba. Il test ha confermato che la barba conteneva più germi del pelo del cane ed era, quindi, meno igienica. Tutti i campioni di barba contenevano un’alta carica batterica, il 39% degli uominiaveva anche agenti patogeni (trovati solo in 4 cani!).

Anche i tamponi bocca-bocca hanno rivelato che 17 uomini su 18 presentavano un alto numero di germi, presenti solo in 12 cani su 30.Anche se quelli potenzialmente pericolosi erano solo in un uomo, mentre erano presenti in 2/3 dei cani.I risultati di questa ricerca sono destinati a sollevare molte polemiche e c’è già chi parla di pogonofobia (paura della barba).

fonte: https://www.105.net/news/tutto-news/260147/la-barba-contiene-piu-germi-del-pelo-di-un-cane-lo-dice-la-scienza.html

I gatti vanno tenuti in casa: lo dice la scienza.

I gatti dovrebbero essere accuditi esclusivamente in casa, per il loro benessere: è quanto rivela uno studio condotto da ricercatori statunitensi.

 

La questione divide da sempre gli appassionati di gatti: i felini domestici devono essere accuditi  in casa o, in alternativa, possono essere lasciati liberi di esplorare l’ambiente esterno?

Rispondere a questa domanda non è semplice, poiché entrambi gli orientamenti presentano vantaggi e svantaggi. Eppure la scienza non ha dubbi: per il benessere dell’animale, ma anche della biodiversità, l’amico a quattro zampe dovrebbe rimanere esclusivamente fra le quattro mura domestiche.

E’ quanto rivela uno studio condotto dalla School of Forestery and Wildlife Sciencesdell’Auburn University, in Alabama: i gatti liberi di circolare all’esterno hanno una probabilità più elevata di essere presi d’assalto da parassiti anche molto pericolosi, sia per gli stessi quadrupedi che per l’uomo.

i ricercatori hanno condotto delle analisi a diverse latitudini, per scoprire l’impatto della posizione geografica sulla possibilità d’infezione, analizzando 19 tipologie di germi che potrebbero risultare dannosi per l’animale. Sono quindi stati presi in considerazione i dati di diverse nazioni – Australia, Brasile, Canada, Germania, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna e Svizzera – con particolare attenzione agli agenti esterni più pericolosi tra cui il Toxoplasma gondii: è il parassita responsabile della toxoplasmoosi, che proprio nei gatti conclude il suo ciclo vitale. Dallo studio è emerso come la presenza di parassiti, insetti ed altri agenti pericolosi sia pressoché diffusa in tutto il mondo, anche a latitudini normalmente fredde: viene dunque smentita una maggire pericolosità legata alle aree del mondo più umide e calde, come ad esempio i tropici. Ancora, i felini esclusivamente domestici hanno poche chances di sviluppare infezioni anche molto gravi e, quando possibile, di trasmentterle all’uomo. Così ha spiegato Kayleigh Chalkowski, a capo della ricerca:

“Indipendentemente da dove si viva nel mondo, tenere il gatto in casa

è un’ottima soluzione per mantenerlo in salute e libero da malattie infettive” 

In caso non si volesse privare il felino la gioia della vita all’aria aperta, è sempre consigliato procedere con esposizioni controllate alla presenza del proprietario, quindi procedere a una normale igienizzazione al ritorno in casa, lavandosi le mani con acqua e sapone e, se necessario, anche una soluzione in gel.

Sebbene la ricerca si sia concentrato solo sul fronte dell’infezioni, è bene ricordare come i gatti d’oggi fra le principali cause d’estinzione di alcune specie, quali uccelli e roditori, a causa della loro intensa attività di caccia.

L’ acccudimento esclusivamente domestico, di conseguenza, è d’aiuto anche alla biodiversità. 

Fonte: https://www.greenstyle.it/gatti-vanno-tenuti-casa-dice-scienza-296312.html