Chi cammina a passo spedito vive di più, lo dice la scienza

Una ricerca rivela che le persone che hanno un’andatura veloce possono vivere oltre 10 anni di più di chi si muove più lentamente.
Chi cammina a passo spedito vive di più, lo dice la scienza
Se cammini a passo veloce, che sia per la fretta o per semplice abitudine, stai facendo una cosa positiva per il tuo organismo: secondo una ricerca dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sulla Salute (NIHR) del Leicester Biomedical Research Center, infatti, le persone che hanno un’andatura veloce vivrebbero più a lungo rispetto a quelle che, invece, si muovono più lentamente.

Questo studio, pubblicato sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, è il primo che indaga sulla correlazione tra velocità di camminata e aspettativa di vita: sono state analizzati i dati di 474.919 persone con un’età media di 52 anni contenuti nella Biobanca britannica tra il 2006 e il 2016. Ciò che è emerso da questa analisi, è che le donne che camminano a passo spedito hanno un’aspettativa di vita che oscilla tra gli 86,7 e gli 87,8 anni, mentre quella degli uomini è tra gli 85,2 e gli 86,8 anni. Questi valori scendono a 72,4 anni per le donne e a 64,8 anni per gli uomini che, invece, tendono a muoversi più lentamente. Questi risultati valgono anche per le persone in sovrappeso, ciò che conta è il loro modo di camminare.

Il professor Tom Yates dell’Università di Leicester ha spiegato: “Le nostre scoperte suggeriscono come la forma fisica sia un indicatore migliore dell’aspettativa di vita rispetto all’indice di massa corporea – ha detto – e che incoraggiare le persone a camminare a passo spedito possa aggiungere degli anni alle loro vite”.

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Le diete sono peggio delle suocere, lo dice la scienza

Fino a qualche anno fa la parola “dieta” era strettamente correlata alla prova costume. Ora la tendenza è mettersi in linea prima dei tour de force gastronomici delle feste, in modo da evitare le occhiatacce della suocera a tavola. Troppo spesso però i regimi alimentari per perdere peso in fretta si rivelano scorretti. L’associazione dei dietisti inglesi ha stilato la top five delle diete che danneggiano il fisico e il benessere di chi le segue.

DIETE LIQUIDE. La Dukan, prevalentemente iperproteica, è al primo posto, perché priva il corpo di ogni carboidrato, anche quello naturalmente contenuto nella verdura. Al secondo posto la Ken diet (dove “ken” è l’acronimo di ketarogenic enteral nutrition), che vieta ogni cibo solido al condannato. Per dieci giorni il soggetto si alimenterà con un composto liquido introdotto nel suo organismo tramite un tubo di plastica, per un totale di due litri di questa miscela in un tot di ore. Al terzo posto la Party girl grip diet, inizialmente utilizzata per curare pazienti gravemente denutriti e con pesanti carenze vitaminiche. Le celebrity come Rihanna hanno invece sostituito queste flebo di vitamine da 250 ml come veri e propri pasti.

UBRIACHI PER LA LINEA. Al quarto posto, un regime dietetico che è più che altro uno stile di vita sbagliato, la “Drunkorexia”, ovvero limitare al minimo le calorie assunte dal cibo, preferendo quelle che donano gli alcolici. Tenendo conto che un bicchiere di vino rosso contiene circa 80 calorie, per sfamarsi serve praticamente essere sempre ubriachi. Al quinto posto, la Omg diet, che sta spopolando e che si basa su strambi concetti, come docce di acqua ghiacciata per stimolare il metabolismo e l’assunzione di generose tazzine di caffè nero prima di fare attività fisica. A leggere quest’elenco, viene voglia di sopportare felicemente le occhiate della suocera.

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E’ possibile manipolare le elezioni? Ve lo dice lascienza

Manipolare le elezioni con i social, che dice la scienza

Dopo il caso Cambridge Analytica, il punto di vista di uno scienziato di computational social science. E’ davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? E’ perché sarebbero monipolabili soprattutto i populisti? Prime parziali risposte

Avete presente quelle app che su Facebook ti propongono quegli stupidi test del tipo “Qual è la tua personalità” oppure “Come saresti come attore di Hollywood”? Bene: attenti a cliccarci sopra, potreste mettere in pericolo la democrazia.

 

Il caso Cambridge Analytica

La storia è quella di Cambridge Analytica e dell’uso che ha fatto di quello che da alcuni è stato chiamato operazioni di guerra informatica a scopo elettorale, in una parola electoral cyberwarfare. In estrema sintesi, ecco i fatti. Cambridge Analytica, una società di analisi dati usati per scopi di marketing e di comunicazione politica, ha raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook di elettori statunitensi senza alcun consenso, per usarli in un software che aveva l’obiettivo di manipolare e influenzare il comportamento elettorale durante le presidenziali americane del 2016 che hanno visto la vittoria di Donald Trump. La società è in parte di proprietà di Robert Mercer, proprietario di un importante fondo d’investimento, che ne ha finanziato la nascita su consiglio di Steve Bannon, ex direttore del sito Breitbart, voce dell’alt-right americana, nonché ex capo della campagna di Donald Trump. Questa storia è stata rivelata da alcuni articoli apparsi inizialmente su The Observer e poi su The Guardian e New York Times. La fonte che ha rivelato la vicenda è un data scientist canadese – Christopher Wylie – che ha collaborato a sviluppare la strategia che ha consentito di raccogliere in maniera indiscriminata i dati degli elettori americani.

A questo punto inizia la parte che apre problemi profondi dal punto di vista scientifico, etico e deontologico delle social media platform globali. Christopher Wylie ha rivelato che lo strumento usato per raccogliere i dati degli elettori americani è stata una app Facebook di quelle che invitano a partecipare a piccoli test psicologici dal nome This is your digital life, messa a punto da un ricercatore dell’Università di Cambridge – Aleksandr Kogan – che ha pagato alcuni utenti detti seed (attraverso la piattaforma Amazon Mechanical Turk) per usare la app, anche se raccoglieva anche i dati della rete dei contatti sociali dei seed (in media 160 persone) a loro insaputa. In questo modo hanno raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook con il benestare della società di Mark Zuckerberg che interrogando la Global Science Research – la compagnia proprietaria della app – si è vista rispondere che era per scopi di ricerca.

Facebook era stata già allertata di una enorme emorragia dei dati già nel 2015, ma ha deciso di intervenire solo recentemente, sospendendo il profilo social di Kogan, quello di Wylie e l’accesso ai dati di Cambridge Analitica, dopo che la storia è stata pubblicata dal Guardian. In questo momento c’è in corso un botta e risposta tramite comunicati stampa tra Facebook e Cambridge Analytica per comunicare relative responsabilità ed eventuali reazioni legali.

Questa storia avrà sicuramente un lungo strascico, molto simile alla vicenda di Edward Snowden, e soprattutto contribuirà a riaprire il dibattito sulla pericolosità delle piattaforme di social media per la tenuta democratica. Ma per uno studioso di Computational Social Science come il sottoscritto, ci sono due domande che sono assolutamente interessanti.

 

Manipolazione via social, che dice la scienza

La prima domanda: è davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? La risposta a questa non è univoca, richiede di contestualizzare la questione. Negli ultimi dieci anni ha cominciato ad emergere una tendenza interessante nello studio della psicologia quantitativa, che è la possibilità di sviluppare elaborati profili degli utenti attraverso l’analisi del loro comportamento negli spazi social.

Gli autori che hanno dato inizio a questo promettente filone di ricerca sono Michal Kosinski e David Stillwell del Cambridge University Psychometrics Centre che grazie ad una app sviluppata per scopi di ricerca – MyPersonality – hanno raccolto le reazioni e i dati di una serie di utenti – questi sì – correttamente informati sulle caratteristiche della app e sull’uso che avrebbero fatto dei dati così raccolti. Il risultato è stato lo sviluppo di una serie di modelli in grado di profilare con una certa precisione le caratteristiche psicologiche, organizzandoli in cinque profili principali (secondo la teoria psicologica detta dei big five alla base dei più diffusi test della personalità).

Fin qui la ricerca scientifica. Il passo ulteriore fatto da Cambridge Analytica tramite Alex Kogan e Christopher Wylie è stato quello di correlare il profilo psicologico degli utenti con una serie di informazioni sull’orientamento politico (desunto dai like delle pagine) in modo tale da testare specifici messaggi pubblicitari su Facebook a seconda del profilo psicologico delle persone. Detto in altro modo: due persone che si trovavano a usare Facebook durante il periodo delle presidenziali USA del 2016, avrebbero avuto due diversi messaggi che invitavano a votare Donald Trump basato sul loro test psicologico e sulla composizione dei like messi sulle pagine Facebook. Ha funzionato questa strategia? Non è possibile dare una risposta certa, d’altronde la vittoria di Trump non può essere attribuita solo ad una sofisticata strategia computazionale, però sicuramente possiamo ipotizzare che sugli elettori indecisi è probabile che la campagna Facebook possa avere avuto un risultato positivo.

Seconda domanda: Cambridge Analytica segnala come propri casi di successo il ruolo consulenziale avuto per la Brexit e le presidenziali USA del 2016. Questo vuol dire che la propaganda computazionale data-based ha successo prevalentemente con i movimenti populisti? Qui entriamo nella fantapolitica, ma è possibile provare a ragionare sulla questione. Se fosse vero che il populismo è più sensibile ad una comunicazione semplice e mirata, vorrebbe dire che la mente di chi vota conservatore sia diversa dalla mente di chi vota liberale. Chi ha sollevato la questione è il linguista George Lakoff che nel suo libro “Moral Politics” ha ipotizzato che i conservatori hanno un modello familiare rigoroso, in cui i valori sono fondati su autodisciplina e lavoro duro, mentre i liberali hanno un modello familiare partecipativo, in cui i valori sono basati sul prendersi cura gli uni con gli altri.

Questo potrebbe portare i conservatori populisti ad una maggiore sensibilità verso messaggi diretti che insistono sulla paura come leva principale, e che consente alla comunicazione di essere più diretta, chiara, prospettando soluzioni semplici. Tutto questo potrebbe essere aiutato dal fatto che al netto della retorica della condivisione e della partecipazione, quando navighiamo su Facebook siamo soli, specialmente per quanto riguarda le inserzioni pubblicitarie. Fantapolitica, dicevamo, magari la soluzione è più semplice: i democratici (inglesi e americani) non hanno investito in tempo e nel modo giusto sulla questione, oppure la questione ha bisogno di essere approfondita usando argomentazioni che chiamano in causa filter bubble, echo chamber e nuove strategie della disinformazione (quelle che alcuni definiscono fake news). Non è semplice rispondere a queste domande se prima non si comincia a lavorare con un approccio scientifico sull’argomento.

Certa è una cosa: se alcuni dei fatti emersi in questa vicenda fossero confermati, potremmo a ragione dire che la Brexit e la vittoria di Donald Trump siano stati i più grandi esperimenti sociali del XXI secolo. La fisica ha avuto come momento di riflessione il progetto Manhattan che portò alla costruzione della bomba atomica, forse le scienze sociali del XXI secolo stanno avendo come momento di riflessione il caso di Cambridge Analytica.

 

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Sempre in ritardo? Sei più produttivo, lo dice la scienza

I ritardatari cronici involontari, odiati da tutti i puntuali, sono persone creative, produttive e vivono più a lungo. Il “colpevole”? l’ottimismo

Le persone spesso in ritardo sono le più creative. L’avreste mai detto? Conosciamo tutti qualcuno perennemente in ritardo, spesso siamo proprio noi che involontariamente ci facciamo attendere. Quante volte siamo stati ripresi per esserci fatti aspettare? Probabilmente molto spesso. Certo, i più fortunati di noi hanno un amico nella compagnia che è ancora più dedito al ritardo, ma cosa bene diversa è tardare al lavoro.

Nulla da dire, sicuramente il ritardo non è stato intenzionale (se lo è, beh siamo di fronte ad un probabile atteggiamento passivo aggressivo) ma chi ci ha aspettato non ne sarà comunque felice. Il ritardatario cronico inconsapevole non lo fa per una mancanza di rispetto o per scarsa professionalità: ha semplicemente una concezione del tempo diversa da chi è sempre puntuale al secondo, tanto che le persone in ritardo sono più produttive. A volte capita di essere pronti in anticipo (talvolta anche di molto) e di voler ammazzare il tempo sbrigando qualcosa che nella nostra mente è veloce, ma che poi richiede più tempo del previsto.

Un po’ come nel caso del multitasking: non sempre l’opzione “fare più cose contemporaneamente” risulta essere la scelta migliore per ottimizzare i tempi. Secondo la scienza quello, che ci frega è l’essere ottimisti. Si avete capito bene: essere ottimisti è la causa del nostro perenne ritardo; questo ci porta a pensare di avere più tempo a disposizione e quindi di poter fare più cose e quindi ci fa essere più creativi. Questo pensiero positivo è la nostra croce e delizia.

Se infatti da una parte ci fa essere persone sempre in ritardo e ci fa riprendere per la nostra abitudine, dall’altra invece risulta essere il tratto della personalità che ci fa avere più successo nella vita: essere in ritardo ci fa essere più creativi e produttivi. Uno studio effettuato su dei venditori ha dimostrato che gli ottimisti completano l’88% in più di vendite dei colleghi. Ma sul fronte ottimismo c’è di più: pare infatti che vivere la vita con atteggiamento positivo faccia vivere più a lungo poiché il cuore sarà sottoposto a minor stress.

L’ottimista, insomma, è meno competitivo ed impaziente e più rilassato e creativo: per lui non è tanto importante stare attento ai dettagli quanto il quadro generale della vita. E se credete che essere persone in ritardo ma più creative non vi farà perdonare questa pecca o che essere ritardatari ma più produttivi possa portare il vostro superiore a darvi il ben servito, vi basti pensare che in Marocco si può addirittura arrivare il giorno dopo senza creare scompensi a chi ci attende, ma guai a farlo in Germania, qui infatti è di gran lunga preferibile arrivare in anticipo.

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Un animale domestico allunga la vita: lo dice la scienza

Stando a quanto riporta la rivista Scientific Reports, i proprietari di cani hanno meno probabilità di morire

Avere un animale domestico riempie la vita di gioia. Gli amici a quattro zampe, oltre a fare compagnia, offrono tanto affetto. A quanto pare, averli accanto apporterebbe notevoli benefici alla propria salute. Stando a quanto si legge sul Business Insider, allungherebbero addirittura la propria via. Quest’affermazione rimanda a uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Uppsala e pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

 

I proprietari di un animale domestico vivono più a lungo

I ricercatori, avvalendosi dei registri del sistema sanitario nazionale, hanno monitorato lo stato di salute di 3,4 milioni svedesi (40-80 anni) in un arco di tempo di ben 12 anni. Li hanno poi confrontati con i registri di proprietà dei cani, divenuto obbligatorio in Svezia dal 2001. Cosa è emerso? Le persone con i cani avevano un rischio ridotto del 23% di morte per malattie cardiache come insufficienza cardiaca, ictus o infarto rispetto ai loro coetanei sprovvisti di quattrozampe.

Nel caso dei single lo studio ha rilevato che le persone che vivono da sole con un cane hanno un rischio di morte ridotto del 33% rispetto a coloro che non sono proprietari di animali. Parola di Mwenya Mubanga, autrice principale dello studio.

 

Avere un cane porta a fare più esercizio fisico

La scoperta dello studio svedese rimanda a quanto riportato, nel 2013, dall’American Heart Association. I proprietari di cani hanno una pressione sanguigna e livelli di colesterolo migliori e addirittura hanno diminuito le risposte del sistema simpatico allo stress. Ma è difficile determinare perché le persone con animali godano di questi benefici per la salute.

Secondo Tove Fall, una delle ricercatrici dello studio, il collegamento potrebbe essere dovuto al fatto che possedere un cane porti le persone a mantenersi più attive. Non solo, andrebbe anche a incrementare le interazioni sociali. Non resta che ribadire che il cane è, a tutti gli effetti, il migliore amico dell’uomo.

 

fonte: https://www.stile.it/2017/12/02/un-animale-domestico-allunga-la-vita-lo-dice-la-scienza-id-172695/

La barba contiene più germi del pelo di un cane: lo dice la scienza

La ricerca è stata condotta su 18 uomini con la barba e 30 cani di razze diverse.

Non importa che sia lunga o corta, la barba contiene più germi del pelo del cane. A confermarlo è stata un ricerca scientifica.Tutto è partito da uno studio condotto per appurare se uno stesso apparecchio per la risonanza magnetica può essere condiviso da umani e amici a 4 zampe senza rischi per la salute dell’uomo. Accade infatti che, in casi di sottoutilizzo dell’apparecchiatura, questa possa essere messa a disposizione dei veterinari.

La ricerca è stata condotta mettendo a confronto 30 cani di diverse razze (di  3,8 anni) e 18 uomini con la barba (di 36 anni). I ricercatori hanno prelevato un campione di pelo e di barba. Il test ha confermato che la barba conteneva più germi del pelo del cane ed era, quindi, meno igienica. Tutti i campioni di barba contenevano un’alta carica batterica, il 39% degli uominiaveva anche agenti patogeni (trovati solo in 4 cani!).

Anche i tamponi bocca-bocca hanno rivelato che 17 uomini su 18 presentavano un alto numero di germi, presenti solo in 12 cani su 30.Anche se quelli potenzialmente pericolosi erano solo in un uomo, mentre erano presenti in 2/3 dei cani.I risultati di questa ricerca sono destinati a sollevare molte polemiche e c’è già chi parla di pogonofobia (paura della barba).

fonte: https://www.105.net/news/tutto-news/260147/la-barba-contiene-piu-germi-del-pelo-di-un-cane-lo-dice-la-scienza.html

I gatti vanno tenuti in casa: lo dice la scienza.

I gatti dovrebbero essere accuditi esclusivamente in casa, per il loro benessere: è quanto rivela uno studio condotto da ricercatori statunitensi.

 

La questione divide da sempre gli appassionati di gatti: i felini domestici devono essere accuditi  in casa o, in alternativa, possono essere lasciati liberi di esplorare l’ambiente esterno?

Rispondere a questa domanda non è semplice, poiché entrambi gli orientamenti presentano vantaggi e svantaggi. Eppure la scienza non ha dubbi: per il benessere dell’animale, ma anche della biodiversità, l’amico a quattro zampe dovrebbe rimanere esclusivamente fra le quattro mura domestiche.

E’ quanto rivela uno studio condotto dalla School of Forestery and Wildlife Sciencesdell’Auburn University, in Alabama: i gatti liberi di circolare all’esterno hanno una probabilità più elevata di essere presi d’assalto da parassiti anche molto pericolosi, sia per gli stessi quadrupedi che per l’uomo.

i ricercatori hanno condotto delle analisi a diverse latitudini, per scoprire l’impatto della posizione geografica sulla possibilità d’infezione, analizzando 19 tipologie di germi che potrebbero risultare dannosi per l’animale. Sono quindi stati presi in considerazione i dati di diverse nazioni – Australia, Brasile, Canada, Germania, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna e Svizzera – con particolare attenzione agli agenti esterni più pericolosi tra cui il Toxoplasma gondii: è il parassita responsabile della toxoplasmoosi, che proprio nei gatti conclude il suo ciclo vitale. Dallo studio è emerso come la presenza di parassiti, insetti ed altri agenti pericolosi sia pressoché diffusa in tutto il mondo, anche a latitudini normalmente fredde: viene dunque smentita una maggire pericolosità legata alle aree del mondo più umide e calde, come ad esempio i tropici. Ancora, i felini esclusivamente domestici hanno poche chances di sviluppare infezioni anche molto gravi e, quando possibile, di trasmentterle all’uomo. Così ha spiegato Kayleigh Chalkowski, a capo della ricerca:

“Indipendentemente da dove si viva nel mondo, tenere il gatto in casa

è un’ottima soluzione per mantenerlo in salute e libero da malattie infettive” 

In caso non si volesse privare il felino la gioia della vita all’aria aperta, è sempre consigliato procedere con esposizioni controllate alla presenza del proprietario, quindi procedere a una normale igienizzazione al ritorno in casa, lavandosi le mani con acqua e sapone e, se necessario, anche una soluzione in gel.

Sebbene la ricerca si sia concentrato solo sul fronte dell’infezioni, è bene ricordare come i gatti d’oggi fra le principali cause d’estinzione di alcune specie, quali uccelli e roditori, a causa della loro intensa attività di caccia.

L’ acccudimento esclusivamente domestico, di conseguenza, è d’aiuto anche alla biodiversità. 

Fonte: https://www.greenstyle.it/gatti-vanno-tenuti-casa-dice-scienza-296312.html

Sesso: una volta a settimana. Lo dice la scienza.

Se le persone potessero fare molto più sesso ciò le renderebbe più felici? Risposta scontata. O forse no. Ci sono inequivocabilmente innumerevoli libri e articoli che sostengono che un aumento dell’attività sessuale di coppia porti miglioramenti alla relazione e alla sessualità stessa. Alcuni ritengono addirittura che si dovrebbe farlo ogni giorno! Repetita iuvant. Un’indicazione del genere è sicuramente un buon proposito e, agli occhi di un osservatore non del settore, potrà apparire anche come il frutto d’innumerevoli ricerche scientifiche nel campo della sessuologia. Eppure le cose non stanno proprio così. E’ senz’altro vero, e diversi studi lo confermano, che vi sia un legame statistico fra frequenza sessuale e felicità ma siamo così sicuri che fare più sesso ci renda in ogni caso più felici? E se qualcuno vi dicesse che fare più sesso potrebbe aumentare la vostra felicità solo fino ad un certo punto? In altre parole, se esistesse un limite alla felicità sessuale?

Una nuova serie di studi sembra evidenziare proprio questo. Tale limite esiste e una volta raggiunto aumentare la frequenza sessuale sortisce effetti controproducenti. La ricerca in questione, condotta da ricercatori dell’università di Toronto (Canada) e pubblicata sul Journal Social Psychological and Personality Science, è il risultato dell’integrazione di tre studi paralleli e ha visto coinvolti più di 30.000 partecipanti. Come detto sopra, sulla base di tutti i precedenti studi in materia di sesso e benessere, l’opinione comune che si è affermata induce a ritenere che una maggior frequenza sessuale sia sempre correlata ad una maggiore felicità o quantomeno ad una crescente soddisfazione di coppia. Una crescita direttamente proporzionale e senza limiti. In alter parole, più sesso = più felicità.

Quello che hanno scoperto però non è ciò che comunemente crediamo. Il rapporto fra frequenza sessuale e felicità ha, in realtà, un limite. Rappresentando graficamente la relazione fra i due aspetti, i ricercatori, dati alla mano, hanno tracciato una linea che ad un certo punto ha interrotto la sua crescita, livellandosi su una certa soglia. Un punto oltre il quale l’aumento della frequenza sessuale sembrerebbe non produrre più i suoi effetti benefici. Dunque, esiste una soglia per la felicità sessuale!

Domanda da un milione di dollari: qual’é questa soglia? Qual’é la frequenza oltre la quale il sesso non rende più felici? La risposta potrà sorprendervi: fare sesso una volta a settimana! La ricerca, infatti, mette in luce che le coppie che avevano rapporti a cadenza settimanale risultavano allo stesso livello di felicità di quelle che lo facevano più di una volta. Persino di quelle coppie che lo facevano più volte al giorno.

Se ci sia un segreto dietro al sesso settimanale sicuramente non è facile capirlo ma questa non è stata neanche l’unica ricerca che ha rivelato che l’aumento della frequenza sessuale non combaciava con un aumento della felicità di coppia. In un altro studio *, in cui a delle coppie veniva chiesto di raddoppiare la frequenza dei loro rapporti sessuali nell’arco del mese, i ricercatori sono giunti alla conclusione che l’aumento della sessualità non si associava ad un aumento della felicità di coppia. Anzi per alcuni era risultata un’esperienza piuttosto negativa.

Detto ciò dobbiamo prendere le conclusioni dei ricercatori con spirito critico. Non sappiamo infatti se sia la monofrequenza settimanale a rendere felici o piuttosto se sia la regolarità dell’atto. Probabilmente entrambi gli aspetti sono parte della spiegazione. Inoltre per la maggior parte delle persone una volta a settimana potrebbe essere la “dose” giusta ma per i restanti l’optimum potrebbe nascondersi in qualcosa di più o di meno della cadenza settimanale.

In virtù del fatto che tali conclusioni ci giungono dal lontano Canada sarebbe interessante capire se anche alle nostre latitudini, quelle dei latin-lovers per intendersi, tali risultati venissero confermati. In attesa di ulteriori studi quello che sicuramente è importante sottolineare è il fatto che tutta la pressione culturale a cui siamo sottoposti, che ci induce a credere che volere “di più” sia la scelta migliore, deve registrare una battuta d’arresto. Non sempre quel di più è meglio. Neanche per quanto riguarda la felicità sotto le lenzuola. Per quanto possa apparire strano, la maggior parte delle persone non ha bisogno di accoppiarsi come conigli per essere felici!

Fonte: https://www.centroilponte.com/sesso-una-volta-a-settimana-lo-dice-la-scienza/

La sigaretta fa male! Lo dice la scienza….

La strategia della negazione

I primi studi sui danni da tabacco furono realizzati all’inizio degli anni Cinquanta: fu il giovane epidemiologo inglese Richard Doll (successivamente diventato, insieme al collega Richard Peto una delle icone della moderna epidemiologia) a pubblicare per primo uno studio in cui mostrava come “il rischio di malattia aumenti con la quantità di tabacco fumato”.

Tra il 1950 e il 1953 furono pubblicati numerosi altri studi simili. Fino al più importante, uscito nel 1954. Firmato da Cuyler Hammond e Daniel Horn, due scienziati dell’American Cancer Society, fu realizzato su 187.776 uomini tra i 50 e i 69 anni. I risultati furono sconvolgenti: i fumatori presentano un rischio di morte superiore a quello dei non fumatori del 52%.

Ma non uscirono solo numeri e ricerche. Gli scienziati provarono a rispondere colpo su colpo al negazionismo dei sostenitori del tabacco. Come fece Evarts Graham, che gli storici ricordano come il primo chirurgo a realizzare un intervento di pneumonectomia. Nel 1954 Graham propose dalle pagine della rivista medica Lancet di condurre un esperimento che risolvesse, una volta per tutte, la presunta “controversia scientifica”: cavie umane, da tenere venticinque anni al chiuso, al riparo da altre forme di inquinamento, con la sola compagnia della sigaretta. Era una provocazione, ovviamente, ma illustrava bene un problema: il tumore si sviluppa in anni e anni e, durante questo lasso di tempo siamo esposti ad altre forme di inquinamento dell’aria. Impossibile quindi che uno studio trovi una “prova diretta” del legame che gli scienziati stavano cercando. Ma questo non significa che con gli strumenti della statistica questo stesso legame non possa essere comunque evidenziato in tutta la sua (oggi ovvia) drammaticità. Era una spiegazione chiara, ma non bastò e rimase confinata nelle pagine di una rivista scientifica. Ironia della sorte, Graham stesso morì nel 1957 proprio per un tumore al polmone: era stato anche lui un forte fumatore, prima di farsi venire il dubbio, in una sala operatoria e operando un paziente colpito dal tumore al polmone.

 

Il potere dell’immagine

Del resto sono gli anni Cinquanta e tutti fumano. E fumano ovunque. Attori e medici, soprattutto, ritratti belli e sorridenti nei manifesti pubblicitari delle marche di sigarette, a giurare che il fumo fa bene alla pelle e fa bene alla salute. Uno di questi è il dottor Clarence Cook Little, che passa dalla American Cancer Society alla direzione del Tobacco Industry Research Committee (nel 1964 cambierà nome nel più efficace Council on Tobacco Research). Con tutta la sua autorevolezza di camice bianco, Little dichiara più volte alla stampa che certi risultati vanno presi con cautela, altri studi saranno necessari e le cose sono complesse. Fumosità di questo tipo. Che però funzionano.

“Se nel 1954 la lobby del tabacco non avesse trovato Clarence Little forse avrebbe dovuto inventarlo: corrispondeva esattamente alle loro necessità. Energico, loquace e supponente” si legge nel libro L’imperatore del male. Una biografia del cancro che spiega la sua filosofia citando una relazione interna, scritta nel 1969 per rispondere alla minaccia incombente di bando alla pubblicità di sigarette: “Il dubbio è ciò che dobbiamo vendere, perché è il miglior modo di competere con il dato di fatto” (solo nel gennaio di quest’anno, al termine di una lunga battaglia giudiziaria, l’industria del tabacco ha finalmente ammesso di aver mentito sui rischi di cui era ben consapevole).

È questo il contenuto principale della Legacy Tobacco Documents Library: ricerche su ricerche, che vengono eseguite con criteri inoppugnabili e poi artatamente nascoste alla collettività. Tra queste c’è la prima dimostrazione di come le foglie di tabacco concentrino il polonio ambientale, che è una sostanza radioattiva. È stata realizzata negli anni Cinquanta: almeno dieci anni prima di quelle ufficiali condotte da scienziati indipendenti. Si diffondono invece ricerche volte a dimostrare il contrario, scritte da scienziati conniventi e ben pagati: ricerche che furono poi utilizzate in tribunale nelle cause per danni da fumo a difesa dei produttori di sigarette.

Non solo. Si fonda una specie di finta rivista scientifica dedicata al tema: sono i Reports on Tobacco and Health Research. I suoi titoli hanno la funzione di far credere che gli scienziati siano spaccati in due fazioni (“Uno pneumologo riporta ventotto ragioni per dubitare del legame tra sigarette e tumore”) o l’intenzione di confondere le acque (“Nascere in marzo potrebbe predisporre al tumore al polmone”).

Ma Big Tobacco investe miliardi di dollari anche nelle strategie pubblicitarie rivolte direttamente al pubblico. La prima è la campagna del gennaio 1954: 448 organi di stampa, tra cui il New York Times, pubblicano un’inserzione a pagamento in cui si ribadisce che non c’è unanimità sul ruolo del fumo nello sviluppo di tumore al polmone, che le statistiche sono confuse e al momento non si sa.

 

La scienza fa breccia

Invece la comunità scientifica sa. E finalmente riesce a penetrare la politica. Il primo atto ufficiale da parte delle istituzioni americane è in particolare del Chirurgo generale degli Stati Uniti Luther Terry, arriva nel 1964. È il rapporto Smoking and Health ed è considerato il più importante contrattacco da parte della salute pubblica. Finalmente è messo nero su bianco: il fumo di sigaretta causa il tumore al polmone.

Negli anni Ottanta arrivano altri rapporti ufficiali, firmati da un altro grande personaggio di questa storia: Charles Everett Koop, all’epoca anche lui Chirurgo generale degli Stati Uniti. Si dice chiaramente che la nicotina crea dipendenza esattamente come l’eroina e la cocaina. Si illustrano i legami tra il fumo e i tumori di polmone, laringe, esofago, stomaco, vescica, pancreas e reni. Il 30% delle morti da tumore è attribuibile al fumo, si legge. Per non parlare dei danni all’apparato cardiovascolare e a quello respiratorio.

Koop sottolinea anche la sproporzione tra gli investimenti pubblicitari delle industrie del tabacco e quelli per le campagne antifumo: per ogni dollaro investito nelle seconde, le prime ne spendono 4.000. Così si decide di fare qualcosa di molto economico: scrivere sui pacchetti di sigaretta le etichette informative che leggiamo anche oggi. È così che inizia a calare la percentuale di fumatori negli Stati Uniti: dal 38 al 27%. Ed è anche la fine della strategia negazionista.

Restano altre strategie per conquistare il mercato e continuare a vendere. Per esempio, le strategie d’immagine: prendi una star del cinema e pagala per fumare mentre interprita Rocky e Rambo o mentre accavalla le gambe in maniera sensuale e avrai conquistato un nuovo fumatore, specie fra i più giovani. E restano i cento milioni di morti attribuibili al fumo nel corso del secolo scorso.

 

Anche la nicotina è colpevole

La nicotina è cancerogena. Direttamente. È il risultato di un’analisi pubblicata nel giugno di quest’anno su Nature Reviews Cancer che per la prima volta mette un punto fermo sulla questione. Il fumo di sigaretta contiene 60 molecole cancerogene ben conosciute: da oggi aggiungiamo anche la nicotina a cui finora si attribuiva “solo” la responsabilità della dipendenza dal tabacco.

La lista dei tumori associati al consumo di nicotina è lunga: comprende i tumori al polmone e quelli di testa e collo, i tumori dello stomaco e del pancreas, i tumori del fegato e delle vie biliari, i tumori al seno, alla cervice uterina, alla vescica e al rene. L’articolo spiega anche il come e il perché: l’arrivo della nicotina sul suo recettore provoca l’attivazione di una serie di catene metaboliche a loro volta cancerogene. Questo spiegherebbe anche la differenza di suscettibilità che osserviamo tra una persona e l’altra: ciascuno di noi, infatti, ha piccole differenze genetiche che spiegano differenze strutturali e funzionali di quel recettore che non hanno nessuna conseguenza di rilievo nella nostra vita normale, ma hanno conseguenze pesantissime nella risposta al fumo di sigaretta.

Che cosa cambia sapere che le sostanze cancerogene sono 61 e non più 60? Niente, per chi fuma (e dovrebbe conoscere i danni che provoca) e nemmeno per chi non fuma. Cambia invece moltissimo per chi sta smettendo di fumare: i prodotti a base di nicotina che servono da ausilio in questa difficile fase non sono così innocui come credevamo un tempo e dovrebbero essere utilizzati solo per il tempo strettamente necessario, così come le sigarette elettroniche che contengono solo nicotina e non solo aromatizzanti.

 

fonte: https://www.airc.it/news/quando-la-scienza-capi-che-la-sigaretta-fa-male

La musica Metal ispira gioia, non violenza. Lo dice la scienza.

La musica metal non ispira violenza ma gioia. I fan del genere probabilmente non avevano bisogno di alcuna conferma da parte della scienza ma un nuovo studio condotto in Australia ha rivelato che nonostante i testi, le canzoni metal non suscitano né istigano alla violenza rispetto all’ascolto di altri brani.

Questa è la conclusione del laboratorio musicale della Macquarie University, che ha usato la canzone Eaten, della band death metal Bloodbath, durante un test psicologico.

Nonostante il brano parli di cannibalismo, né la canzone né altre dai testi simili suscitano violenza secondo i ricercatori. Gli appassionati del genere death metal non sono “desensibilizzati” rispetto alle immagini violente. Anzi, è esattamente il contrario.

In che modo gli scienziati mettono alla prova la sensibilità delle persone alla violenza? Con un classico esperimento psicologico che sonda le risposte inconsce delle persone.

Lo studio fa parte di un’indagine durata decenni e portata avanti da Thompson e colleghi sugli effetti emotivi della musica. Nel test sono stati coinvolti 32 fan della musica metal e 48 persone non appassionate al genere.

A entrambi i gruppi sono state mostrate simultaneamente sia immagini violente (scene di persone aggredite in strada) che neutre (persone che camminavano), una per ciascun occhio. Nel frattempo, ai partecipanti sono state fatte ascoltare sia Happy di Pharrell che Eaten. A quel punto essi dovevano indicare quale immagine percepivano come violenta tramite la pressione di due tasti.

Il ricercatore principale Yanan Sun ha spiegato che l’obiettivo dell’esperimento era misurare quanto il cervello dei partecipanti avesse notato scene violente e confrontare il modo in cui la loro sensibilità era influenzata dalla musica ascoltata. Ed ecco il risultato?

“Abbiamo riscontrato che sia i fan che i non fan della musica metal hanno mostrato un pregiudizio generale di negatività per le immagini violente rispetto alle immagini neutre,indipendentemente dai generi musicali. Per i non fan, questo pregiudizio era più forte ascoltando musica che esprimeva violenza piuttosto che ascoltando musica che esprimeva felicità. Per gli appassionati di musica violenta, il pregiudizio era lo stesso sia ascoltando musica che esprimeva violenza che felicità” si legge nello studio.

Secondo gli scienziati ciò è frutto della cosiddetta “rivalità binoculare”. Alla base del test psicologico vi è il fatto che quando alle persone viene presentata un’immagine neutra in un occhio e un’immagine violenta nell’altro, essi si concentrano di più su quella violenta.

“La maggior parte dei fan del death metal sono persone intelligenti e premurose che hanno solo una passione per la musica. È l’equivalente degli appassionati dei film dell’orrore o di rievocazioni di battaglie” ha detto Thompson.

Lo studio conferma quanto scoperto da altre ricerche, secondo cui i fan della musica death metal sperimentano gioia e pace mentre la ascoltano.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Open Science della Royal Society.

Fonte: https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/30870-musica-metal-gioia-violenza