I gatti vanno tenuti in casa: lo dice la scienza.

I gatti dovrebbero essere accuditi esclusivamente in casa, per il loro benessere: è quanto rivela uno studio condotto da ricercatori statunitensi.

 

La questione divide da sempre gli appassionati di gatti: i felini domestici devono essere accuditi  in casa o, in alternativa, possono essere lasciati liberi di esplorare l’ambiente esterno?

Rispondere a questa domanda non è semplice, poiché entrambi gli orientamenti presentano vantaggi e svantaggi. Eppure la scienza non ha dubbi: per il benessere dell’animale, ma anche della biodiversità, l’amico a quattro zampe dovrebbe rimanere esclusivamente fra le quattro mura domestiche.

E’ quanto rivela uno studio condotto dalla School of Forestery and Wildlife Sciencesdell’Auburn University, in Alabama: i gatti liberi di circolare all’esterno hanno una probabilità più elevata di essere presi d’assalto da parassiti anche molto pericolosi, sia per gli stessi quadrupedi che per l’uomo.

i ricercatori hanno condotto delle analisi a diverse latitudini, per scoprire l’impatto della posizione geografica sulla possibilità d’infezione, analizzando 19 tipologie di germi che potrebbero risultare dannosi per l’animale. Sono quindi stati presi in considerazione i dati di diverse nazioni – Australia, Brasile, Canada, Germania, Paesi Bassi, Pakistan, Spagna e Svizzera – con particolare attenzione agli agenti esterni più pericolosi tra cui il Toxoplasma gondii: è il parassita responsabile della toxoplasmoosi, che proprio nei gatti conclude il suo ciclo vitale. Dallo studio è emerso come la presenza di parassiti, insetti ed altri agenti pericolosi sia pressoché diffusa in tutto il mondo, anche a latitudini normalmente fredde: viene dunque smentita una maggire pericolosità legata alle aree del mondo più umide e calde, come ad esempio i tropici. Ancora, i felini esclusivamente domestici hanno poche chances di sviluppare infezioni anche molto gravi e, quando possibile, di trasmentterle all’uomo. Così ha spiegato Kayleigh Chalkowski, a capo della ricerca:

“Indipendentemente da dove si viva nel mondo, tenere il gatto in casa

è un’ottima soluzione per mantenerlo in salute e libero da malattie infettive” 

In caso non si volesse privare il felino la gioia della vita all’aria aperta, è sempre consigliato procedere con esposizioni controllate alla presenza del proprietario, quindi procedere a una normale igienizzazione al ritorno in casa, lavandosi le mani con acqua e sapone e, se necessario, anche una soluzione in gel.

Sebbene la ricerca si sia concentrato solo sul fronte dell’infezioni, è bene ricordare come i gatti d’oggi fra le principali cause d’estinzione di alcune specie, quali uccelli e roditori, a causa della loro intensa attività di caccia.

L’ acccudimento esclusivamente domestico, di conseguenza, è d’aiuto anche alla biodiversità. 

Fonte: https://www.greenstyle.it/gatti-vanno-tenuti-casa-dice-scienza-296312.html

Sesso: una volta a settimana. Lo dice la scienza.

Se le persone potessero fare molto più sesso ciò le renderebbe più felici? Risposta scontata. O forse no. Ci sono inequivocabilmente innumerevoli libri e articoli che sostengono che un aumento dell’attività sessuale di coppia porti miglioramenti alla relazione e alla sessualità stessa. Alcuni ritengono addirittura che si dovrebbe farlo ogni giorno! Repetita iuvant. Un’indicazione del genere è sicuramente un buon proposito e, agli occhi di un osservatore non del settore, potrà apparire anche come il frutto d’innumerevoli ricerche scientifiche nel campo della sessuologia. Eppure le cose non stanno proprio così. E’ senz’altro vero, e diversi studi lo confermano, che vi sia un legame statistico fra frequenza sessuale e felicità ma siamo così sicuri che fare più sesso ci renda in ogni caso più felici? E se qualcuno vi dicesse che fare più sesso potrebbe aumentare la vostra felicità solo fino ad un certo punto? In altre parole, se esistesse un limite alla felicità sessuale?

Una nuova serie di studi sembra evidenziare proprio questo. Tale limite esiste e una volta raggiunto aumentare la frequenza sessuale sortisce effetti controproducenti. La ricerca in questione, condotta da ricercatori dell’università di Toronto (Canada) e pubblicata sul Journal Social Psychological and Personality Science, è il risultato dell’integrazione di tre studi paralleli e ha visto coinvolti più di 30.000 partecipanti. Come detto sopra, sulla base di tutti i precedenti studi in materia di sesso e benessere, l’opinione comune che si è affermata induce a ritenere che una maggior frequenza sessuale sia sempre correlata ad una maggiore felicità o quantomeno ad una crescente soddisfazione di coppia. Una crescita direttamente proporzionale e senza limiti. In alter parole, più sesso = più felicità.

Quello che hanno scoperto però non è ciò che comunemente crediamo. Il rapporto fra frequenza sessuale e felicità ha, in realtà, un limite. Rappresentando graficamente la relazione fra i due aspetti, i ricercatori, dati alla mano, hanno tracciato una linea che ad un certo punto ha interrotto la sua crescita, livellandosi su una certa soglia. Un punto oltre il quale l’aumento della frequenza sessuale sembrerebbe non produrre più i suoi effetti benefici. Dunque, esiste una soglia per la felicità sessuale!

Domanda da un milione di dollari: qual’é questa soglia? Qual’é la frequenza oltre la quale il sesso non rende più felici? La risposta potrà sorprendervi: fare sesso una volta a settimana! La ricerca, infatti, mette in luce che le coppie che avevano rapporti a cadenza settimanale risultavano allo stesso livello di felicità di quelle che lo facevano più di una volta. Persino di quelle coppie che lo facevano più volte al giorno.

Se ci sia un segreto dietro al sesso settimanale sicuramente non è facile capirlo ma questa non è stata neanche l’unica ricerca che ha rivelato che l’aumento della frequenza sessuale non combaciava con un aumento della felicità di coppia. In un altro studio *, in cui a delle coppie veniva chiesto di raddoppiare la frequenza dei loro rapporti sessuali nell’arco del mese, i ricercatori sono giunti alla conclusione che l’aumento della sessualità non si associava ad un aumento della felicità di coppia. Anzi per alcuni era risultata un’esperienza piuttosto negativa.

Detto ciò dobbiamo prendere le conclusioni dei ricercatori con spirito critico. Non sappiamo infatti se sia la monofrequenza settimanale a rendere felici o piuttosto se sia la regolarità dell’atto. Probabilmente entrambi gli aspetti sono parte della spiegazione. Inoltre per la maggior parte delle persone una volta a settimana potrebbe essere la “dose” giusta ma per i restanti l’optimum potrebbe nascondersi in qualcosa di più o di meno della cadenza settimanale.

In virtù del fatto che tali conclusioni ci giungono dal lontano Canada sarebbe interessante capire se anche alle nostre latitudini, quelle dei latin-lovers per intendersi, tali risultati venissero confermati. In attesa di ulteriori studi quello che sicuramente è importante sottolineare è il fatto che tutta la pressione culturale a cui siamo sottoposti, che ci induce a credere che volere “di più” sia la scelta migliore, deve registrare una battuta d’arresto. Non sempre quel di più è meglio. Neanche per quanto riguarda la felicità sotto le lenzuola. Per quanto possa apparire strano, la maggior parte delle persone non ha bisogno di accoppiarsi come conigli per essere felici!

Fonte: https://www.centroilponte.com/sesso-una-volta-a-settimana-lo-dice-la-scienza/

La sigaretta fa male! Lo dice la scienza….

La strategia della negazione

I primi studi sui danni da tabacco furono realizzati all’inizio degli anni Cinquanta: fu il giovane epidemiologo inglese Richard Doll (successivamente diventato, insieme al collega Richard Peto una delle icone della moderna epidemiologia) a pubblicare per primo uno studio in cui mostrava come “il rischio di malattia aumenti con la quantità di tabacco fumato”.

Tra il 1950 e il 1953 furono pubblicati numerosi altri studi simili. Fino al più importante, uscito nel 1954. Firmato da Cuyler Hammond e Daniel Horn, due scienziati dell’American Cancer Society, fu realizzato su 187.776 uomini tra i 50 e i 69 anni. I risultati furono sconvolgenti: i fumatori presentano un rischio di morte superiore a quello dei non fumatori del 52%.

Ma non uscirono solo numeri e ricerche. Gli scienziati provarono a rispondere colpo su colpo al negazionismo dei sostenitori del tabacco. Come fece Evarts Graham, che gli storici ricordano come il primo chirurgo a realizzare un intervento di pneumonectomia. Nel 1954 Graham propose dalle pagine della rivista medica Lancet di condurre un esperimento che risolvesse, una volta per tutte, la presunta “controversia scientifica”: cavie umane, da tenere venticinque anni al chiuso, al riparo da altre forme di inquinamento, con la sola compagnia della sigaretta. Era una provocazione, ovviamente, ma illustrava bene un problema: il tumore si sviluppa in anni e anni e, durante questo lasso di tempo siamo esposti ad altre forme di inquinamento dell’aria. Impossibile quindi che uno studio trovi una “prova diretta” del legame che gli scienziati stavano cercando. Ma questo non significa che con gli strumenti della statistica questo stesso legame non possa essere comunque evidenziato in tutta la sua (oggi ovvia) drammaticità. Era una spiegazione chiara, ma non bastò e rimase confinata nelle pagine di una rivista scientifica. Ironia della sorte, Graham stesso morì nel 1957 proprio per un tumore al polmone: era stato anche lui un forte fumatore, prima di farsi venire il dubbio, in una sala operatoria e operando un paziente colpito dal tumore al polmone.

 

Il potere dell’immagine

Del resto sono gli anni Cinquanta e tutti fumano. E fumano ovunque. Attori e medici, soprattutto, ritratti belli e sorridenti nei manifesti pubblicitari delle marche di sigarette, a giurare che il fumo fa bene alla pelle e fa bene alla salute. Uno di questi è il dottor Clarence Cook Little, che passa dalla American Cancer Society alla direzione del Tobacco Industry Research Committee (nel 1964 cambierà nome nel più efficace Council on Tobacco Research). Con tutta la sua autorevolezza di camice bianco, Little dichiara più volte alla stampa che certi risultati vanno presi con cautela, altri studi saranno necessari e le cose sono complesse. Fumosità di questo tipo. Che però funzionano.

“Se nel 1954 la lobby del tabacco non avesse trovato Clarence Little forse avrebbe dovuto inventarlo: corrispondeva esattamente alle loro necessità. Energico, loquace e supponente” si legge nel libro L’imperatore del male. Una biografia del cancro che spiega la sua filosofia citando una relazione interna, scritta nel 1969 per rispondere alla minaccia incombente di bando alla pubblicità di sigarette: “Il dubbio è ciò che dobbiamo vendere, perché è il miglior modo di competere con il dato di fatto” (solo nel gennaio di quest’anno, al termine di una lunga battaglia giudiziaria, l’industria del tabacco ha finalmente ammesso di aver mentito sui rischi di cui era ben consapevole).

È questo il contenuto principale della Legacy Tobacco Documents Library: ricerche su ricerche, che vengono eseguite con criteri inoppugnabili e poi artatamente nascoste alla collettività. Tra queste c’è la prima dimostrazione di come le foglie di tabacco concentrino il polonio ambientale, che è una sostanza radioattiva. È stata realizzata negli anni Cinquanta: almeno dieci anni prima di quelle ufficiali condotte da scienziati indipendenti. Si diffondono invece ricerche volte a dimostrare il contrario, scritte da scienziati conniventi e ben pagati: ricerche che furono poi utilizzate in tribunale nelle cause per danni da fumo a difesa dei produttori di sigarette.

Non solo. Si fonda una specie di finta rivista scientifica dedicata al tema: sono i Reports on Tobacco and Health Research. I suoi titoli hanno la funzione di far credere che gli scienziati siano spaccati in due fazioni (“Uno pneumologo riporta ventotto ragioni per dubitare del legame tra sigarette e tumore”) o l’intenzione di confondere le acque (“Nascere in marzo potrebbe predisporre al tumore al polmone”).

Ma Big Tobacco investe miliardi di dollari anche nelle strategie pubblicitarie rivolte direttamente al pubblico. La prima è la campagna del gennaio 1954: 448 organi di stampa, tra cui il New York Times, pubblicano un’inserzione a pagamento in cui si ribadisce che non c’è unanimità sul ruolo del fumo nello sviluppo di tumore al polmone, che le statistiche sono confuse e al momento non si sa.

 

La scienza fa breccia

Invece la comunità scientifica sa. E finalmente riesce a penetrare la politica. Il primo atto ufficiale da parte delle istituzioni americane è in particolare del Chirurgo generale degli Stati Uniti Luther Terry, arriva nel 1964. È il rapporto Smoking and Health ed è considerato il più importante contrattacco da parte della salute pubblica. Finalmente è messo nero su bianco: il fumo di sigaretta causa il tumore al polmone.

Negli anni Ottanta arrivano altri rapporti ufficiali, firmati da un altro grande personaggio di questa storia: Charles Everett Koop, all’epoca anche lui Chirurgo generale degli Stati Uniti. Si dice chiaramente che la nicotina crea dipendenza esattamente come l’eroina e la cocaina. Si illustrano i legami tra il fumo e i tumori di polmone, laringe, esofago, stomaco, vescica, pancreas e reni. Il 30% delle morti da tumore è attribuibile al fumo, si legge. Per non parlare dei danni all’apparato cardiovascolare e a quello respiratorio.

Koop sottolinea anche la sproporzione tra gli investimenti pubblicitari delle industrie del tabacco e quelli per le campagne antifumo: per ogni dollaro investito nelle seconde, le prime ne spendono 4.000. Così si decide di fare qualcosa di molto economico: scrivere sui pacchetti di sigaretta le etichette informative che leggiamo anche oggi. È così che inizia a calare la percentuale di fumatori negli Stati Uniti: dal 38 al 27%. Ed è anche la fine della strategia negazionista.

Restano altre strategie per conquistare il mercato e continuare a vendere. Per esempio, le strategie d’immagine: prendi una star del cinema e pagala per fumare mentre interprita Rocky e Rambo o mentre accavalla le gambe in maniera sensuale e avrai conquistato un nuovo fumatore, specie fra i più giovani. E restano i cento milioni di morti attribuibili al fumo nel corso del secolo scorso.

 

Anche la nicotina è colpevole

La nicotina è cancerogena. Direttamente. È il risultato di un’analisi pubblicata nel giugno di quest’anno su Nature Reviews Cancer che per la prima volta mette un punto fermo sulla questione. Il fumo di sigaretta contiene 60 molecole cancerogene ben conosciute: da oggi aggiungiamo anche la nicotina a cui finora si attribuiva “solo” la responsabilità della dipendenza dal tabacco.

La lista dei tumori associati al consumo di nicotina è lunga: comprende i tumori al polmone e quelli di testa e collo, i tumori dello stomaco e del pancreas, i tumori del fegato e delle vie biliari, i tumori al seno, alla cervice uterina, alla vescica e al rene. L’articolo spiega anche il come e il perché: l’arrivo della nicotina sul suo recettore provoca l’attivazione di una serie di catene metaboliche a loro volta cancerogene. Questo spiegherebbe anche la differenza di suscettibilità che osserviamo tra una persona e l’altra: ciascuno di noi, infatti, ha piccole differenze genetiche che spiegano differenze strutturali e funzionali di quel recettore che non hanno nessuna conseguenza di rilievo nella nostra vita normale, ma hanno conseguenze pesantissime nella risposta al fumo di sigaretta.

Che cosa cambia sapere che le sostanze cancerogene sono 61 e non più 60? Niente, per chi fuma (e dovrebbe conoscere i danni che provoca) e nemmeno per chi non fuma. Cambia invece moltissimo per chi sta smettendo di fumare: i prodotti a base di nicotina che servono da ausilio in questa difficile fase non sono così innocui come credevamo un tempo e dovrebbero essere utilizzati solo per il tempo strettamente necessario, così come le sigarette elettroniche che contengono solo nicotina e non solo aromatizzanti.

 

fonte: https://www.airc.it/news/quando-la-scienza-capi-che-la-sigaretta-fa-male

La musica Metal ispira gioia, non violenza. Lo dice la scienza.

La musica metal non ispira violenza ma gioia. I fan del genere probabilmente non avevano bisogno di alcuna conferma da parte della scienza ma un nuovo studio condotto in Australia ha rivelato che nonostante i testi, le canzoni metal non suscitano né istigano alla violenza rispetto all’ascolto di altri brani.

Questa è la conclusione del laboratorio musicale della Macquarie University, che ha usato la canzone Eaten, della band death metal Bloodbath, durante un test psicologico.

Nonostante il brano parli di cannibalismo, né la canzone né altre dai testi simili suscitano violenza secondo i ricercatori. Gli appassionati del genere death metal non sono “desensibilizzati” rispetto alle immagini violente. Anzi, è esattamente il contrario.

In che modo gli scienziati mettono alla prova la sensibilità delle persone alla violenza? Con un classico esperimento psicologico che sonda le risposte inconsce delle persone.

Lo studio fa parte di un’indagine durata decenni e portata avanti da Thompson e colleghi sugli effetti emotivi della musica. Nel test sono stati coinvolti 32 fan della musica metal e 48 persone non appassionate al genere.

A entrambi i gruppi sono state mostrate simultaneamente sia immagini violente (scene di persone aggredite in strada) che neutre (persone che camminavano), una per ciascun occhio. Nel frattempo, ai partecipanti sono state fatte ascoltare sia Happy di Pharrell che Eaten. A quel punto essi dovevano indicare quale immagine percepivano come violenta tramite la pressione di due tasti.

Il ricercatore principale Yanan Sun ha spiegato che l’obiettivo dell’esperimento era misurare quanto il cervello dei partecipanti avesse notato scene violente e confrontare il modo in cui la loro sensibilità era influenzata dalla musica ascoltata. Ed ecco il risultato?

“Abbiamo riscontrato che sia i fan che i non fan della musica metal hanno mostrato un pregiudizio generale di negatività per le immagini violente rispetto alle immagini neutre,indipendentemente dai generi musicali. Per i non fan, questo pregiudizio era più forte ascoltando musica che esprimeva violenza piuttosto che ascoltando musica che esprimeva felicità. Per gli appassionati di musica violenta, il pregiudizio era lo stesso sia ascoltando musica che esprimeva violenza che felicità” si legge nello studio.

Secondo gli scienziati ciò è frutto della cosiddetta “rivalità binoculare”. Alla base del test psicologico vi è il fatto che quando alle persone viene presentata un’immagine neutra in un occhio e un’immagine violenta nell’altro, essi si concentrano di più su quella violenta.

“La maggior parte dei fan del death metal sono persone intelligenti e premurose che hanno solo una passione per la musica. È l’equivalente degli appassionati dei film dell’orrore o di rievocazioni di battaglie” ha detto Thompson.

Lo studio conferma quanto scoperto da altre ricerche, secondo cui i fan della musica death metal sperimentano gioia e pace mentre la ascoltano.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Open Science della Royal Society.

Fonte: https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/30870-musica-metal-gioia-violenza

Dormire con un partner che russa è pericoloso. Lo dice la scienza.

Secondo diverse ricerche scientifiche dormire con un partner che russa può essere molto pericoloso

Dormire con un partner che russa può essere molto pericoloso. A rivelarlo una ricerca scientifica, secondo cui dormendo accanto ad una persona che russa si rischia di soffrire di disturbi del sonno. Lo studio, realizzato dall’Università di Leeds, ha coinvolto un gruppo di persone costrette a passare la notte con un partner rumoroso, un terzo ha affermato di soffrire di disturbi del sonno proprio a causa della persona che aveva accanto.

Secondo la ricerca le notti delle coppie che condividono il letto sono tutt’altro che tranquille: russare, emettere suoni e girarsi continuamente infatti sono comportamenti che rischiano di rendere fin troppo movimentato il sonno di chi ci è accanto.

Un dato molto importante, soprattutto se viene incrociato con le ricerche riguardanti il riposo notturno. Dormire male la notte infatti non comporta solo un risveglio di cattivo umore, ma può provocare anche seri problemi di salute che vanno dall’ictus alla depressione, passando per l’infarto e la tendenza al suicidio. A questi studi se ne aggiunge un altro, realizzato dall’Università dell’Ohio, secondo cui un sonno disturbato potrebbe danneggiare anche la pelle. Dormire male infatti non causa solo depressione e nervosismo, ma provoca nel corpo anche una perdita di acqua pari al 30 per cento e di conseguenza un invecchiamento precoce della pelle.

Non solo: molte ricerche hanno analizzato l’impatto della mancanza di sonno dal punto di vista psichico ed emotivo, studiando l’amigdala, la zona del cervello che controlla le emozioni negative e l’ansia. Uno studio ha mostrato come in chi è privato di sonno l’amigdala reagisca in modo più marcato di fronte ad immagini emotivamente negative.

Se il riposo rischia di venire compromesso dunque è necessario correre ai ripari. Come? Secondo gli esperti con il metodo più semplice, ossia dormendo in letti o stanze separate. “Quasi un terzo (il 29 per cento) degli inglesi non riposa bene a causa del partner – ha spiegato Nerina Ramlakhan, esperta del sonno – così per molte persone diventa chiaro che dormire in stanze separate renderebbe il sonno molto più piacevole e riposante”.

Fonte: https://www.supereva.it/dormire-con-partner-che-russa-e-pericoloso-lo-dice-la-scienza-24319

Gli smartphone ci rendono più tonti, lo dice la scienza

Lo dicono parecchi studi, fra cui uno esposto nella House of Lords da una neuroscienziata:

Mai come in questo caso la dimostrazione di una tesi è empirica. Gli smartphone hanno reso le persone più ‘tonte’, meno sveglie, meno capaci dal punto di vista intellettivo. E non parliamo solo di chi è letteralmente addicted, tanto che finisce sotto un treno facendo un selfie o cade dalle scale leggendo una notifica di un social network. Non è solo questione di avere gli occhi perennemente puntati sui dispositivi tecnologici. Il cervello sta letteralmente perdendo funzioni a causa dell’uso smodato di smartphone e simili. Lo affermano diversi studi, lo sottolinea con forza – già da diversi anni – la neuro scienziata (e baronessa) Susan Greenfield. E lo ha dichiarato durante un intervento presso la House of Lords britannica (fonte).

Gli smartphone fanno perdere intelligenza

Le ricerche della studiosa da anni si concentrano sugli effetti della tecnologia sulla mente, da molti punti di vista. Secondo lei, e non solo, il cervello sta fisicamente cambiando a causa di essa. Organo particolarmente plastico, le capacità del cervello vengono adeguatamente sfruttate solo se utilizzate regolarmente. E da quando gli smartphone fanno parte della nostra vita ci sono tantissime funzioni che non mettiamo più in pratica. Legate alla memoria per esempio, al problem solving, all’apprendimento.

Chi appartiene alla generazione ‘pre-smartphone’ ricorda che memorizzare i numeri di telefono era una sorta di automatismo. Oggi non serve, e non serve nemmeno ricordare i nomi delle persone, o le date degli appuntamenti. Ci pensa il telefono a ricordarcelo. Come non servono approfonditi studi per conoscere qualcosa, basta una veloce ricerca online, si legge un riassuntino – e con ogni probabilità lo si dimentica nel giro di due ore. Le risorse sono nella tecnologia, non più nei nostri cervelli.

Secondo Greenfield, la mancanza di pratica rende la memorizzazione assai più difficile di un tempo. Oltre il fatto che le ore spese online diminuiscono la socialità reale, con conseguenze anche su aree del cervello che riguardano la sfera emotiva.

Fonte: https://www.stile.it/2017/09/26/gli-smartphone-rendono-tonti-id-165053/

Finalmente si possono abbandonare le pagine indesiderate!

Un recentissimo studio afferma che da oggi si può facilmente abbandonare una pagina Facebook non gradita.

Dopo anni di ricerca, infatti, si pone fine al disagio di molti utenti nel rimanere intrappolati all’interno di pagine di cui non capiscono la filosofia o che semplicemente non ne condividono i contenuti .

Ad annunciarlo oggi Zuckenberg nei laboratori di Silicon Valley in conferenza stampa.

Migliaia sono gli utenti che hanno approfittato di questa nuova feature liberandosi definitivamente dal gravoso peso di dover necessariamente subire i post delle suddette pagine.

La procedura è semplicissima, studiata appositamente per i casi più disperati, bisogna cliccare sull’icona con il pollice in su (“Ti piace”) ed il gioco è fatto!

Tra le anticipazioni è trapelato il futuro inserimento del tasto “Fatti una risata” ma trattandosi di un argomento delicato e di difficile comprensione il progetto resterà ancora in via del tutto sperimentale a disposizione di un campione di persone.

Fonte

Divorziare fa ringiovanire di 10 anni. Lo dice la scienza.

Il divorzio è una decisione dura da prendere e parecchio complessa, che comporta diversi cambiamenti nella propria vita o in quella dei propri figli, pure dal punto di vista psichico ed emozionale ed specialmente se si è stati sposati per parecchio tempo.

Invece, risulta che a molte donne divorziare ha fatto proprio del bene. Per molte di loro chiudere un capitolo delle loro vite diventa un’esperienza gratificante, che le fa connettere di nuovo con sé stesse e persino ringiovanire.

Uno studio assicura che le donne divorziate sono più felici e in salute e ringiovaniscono di 10 anni, stando a quanto dice uno studio svolto dall’Università di Kingston. Il motivo principale sembra essere che queste donne riescono a prendersi cura di loro e la loro vita cambia completamente.

Sono molti i benefici che le donne traggono dal divorzio. Sebbene all’inizio possano passare per un processo depressivo normale, quando passa, riprendono in mano la loro vita e realizzano molti cambiamenti positivi.

Le donne ritrovano il proprio spazio personale, ritrovano del tempo per sé stesse, conoscono persone nuove, ritrovano le vecchie amicizie e possono dedicarsi ad attività che amano.
Le donne divorziate crescono passo a passo, non c’è felicità più grande di quella di raggiungere un obiettivo al quale si è dedicato del tempo. Non hanno paura di lasciare indietro ciò che può far loro ricordare il passato.
Le donne divorziate ritrovano la pace attorno a loro. Non ci sono più discussioni. Arriva un periodo di purificazione, la loro coscienza è in pace, quelle guerre interne che c’erano per via di certe situazioni spariscono.
Le donne divorziate ritrovano pure la forma. Cercano di mantenersi bene fisicamente e di sentirsi felici quando si guardano allo specchio: in molte fanno sport e stanno attente alla loro alimentazione.

Il divorzio non deve essere visto come un fallimento, può anche essere positivo, senza per questo augurarci che diventi una moda.

Fonte: : https://www.pianetadonne.blog/notizia-ufficiale-secondo-la-scienza-divorziare-fa-ringiovanire-di-10-anni/

Indossi gli occhiali? Sei più intelligente, sano e onesto. Lo dice la scienza

 

Chi porta gli occhiali ha spesso un’aria più intellettuale, da persona seria, affidabile e intelligente. Questo nell’immaginario collettivo avviene praticamente da sempre. Ma ora a dirlo è anche la scienza.

Secondo uno studio fatto dall’Università di Edimburgo, infatti, coloro che hanno geneticamente un “difetto” alla vista sono dotate di un quoziente intellettivo più alto. Ci sarebbe, quindi, una reale correlazione tra occhiali e intelligenza.

Il legame tra occhiali e intelligenza

Il dato emerge da una ricerca fatta su un campione di 300mila tra donne e uomini (giovani, adulti e anziani dai 16 ai 102 anni) del continente europeo. I risultati, pubblicati su Nature Communications, sono stati ottenutistudiando il Dna delle persone che hanno fatto parte del campione e i loro test attitudinali, dimostrando appunto la correlazione tra difetto visivo e maggiore intelligenza.

In pratica coloro che indossano gli occhiali hanno il 30% in più di probabilità di avere un quoziente intellettivo più alto degli altri. Così come di avere una maggiore longevità e meno rischi di ammalarsi di alcune patologie.

Salute e fiducia: il segreto è negli occhi

Certo è che anni passati a studiare, a lavorare o a documentarsi al pc portano di fatto a un calo della vista per l’eccessivo sforzo a cui si sottopongono gli occhi. In questo caso l’uso degli occhiali quindi dipende anche da uno stile di vita e dalle proprie attitudini.

La correlazione va comunque presa con le dovute cautele, il campione è solo europeoinfatti e non coinvolge cittadini di altri paesi. Ma i dati sembrano andare in una sola direzione: le persone più intelligenti mostrano una probabilità maggiore di portare occhiali o lenti a contatto.

Tra l’altro sempre secondo lo studio chi porta gli occhiali vive più a lungo e soffre meno di ipertensione e di altre patologie come infarto, ictus e depressione. La persona con gli occhiali viene percepita come onesta e affidabile. Portare gli occhiali oggi è motivo di orgoglio!

Fonte: www.otticavasari.it 

Figli intelligenti? Grazie alla mamma. Lo dice la scienza

 

Ogni giorno ci arrivano alle orecchie battute e gag, che sì fanno ridere, ma dipingono la realtà per quella che non è. Finalmente è ora di finirla e a dirlo è proprio la scienza.

L’intelligenza ereditaria

Che le donne non siano il sesso debole è ormai risaputo. Se è vero che alcune di noi non se la cavano proprio perfettamente alla guida, dall’altra eccelliamo in moltissime pratiche, nelle quali invece gli uomini non si raccapezzano. Che ci piaccio o no, pare che l’intelligenza si tramandi attraverso i geni, ma solamente da parte della madre. Non solo: a quanto pare il 40 o il 60 %dell’intelligenza pare essere ereditaria mentre il resto delle capacità cognitive si sviluppa nella crescita, ma è sempre la madre che gioca un ruolo fondamentale. Questo grazie al forte legame emotivo che ha con il proprio bambino. L’altro lato della medaglia è che sulle donne grava un pesante fardello, perché è dal loro comportamento che sembra dipendere la futura intelligenza e capacità di pensiero del figlio.

Il cromosoma X

Secondo un primo studio condotto dall’Università di Cambridge è stata analizzata l’evoluzione del cervello ed è stato confermato che i geni materni contribuiscono maggiormente allo sviluppo dei centri del pensiero. Studi di laboratorio, invece, hanno dimostrato che i figli che avevano ricevuto una dose massiccia di geni paterni presentavano cervelli più piccoli e corpi più grandi.

La spiegazione scientifica verrebbe dal fatto che i geni dell’intelligenza sono portati dal cromosoma X, cromosoma di cui la donna ne ha ben due, mentre l’uomo solamente uno. L’analisi più interessante è stata condotta dal Medical Research Council di Glasgow, che dal 1994 ha intervistato 12.686 giovani di età compresa tra i 14 e i 22 anni, stabilendo che il miglior predittore di intelligenza era il QI della madre. Che dire, ormai non ci sono più scuse per farci prendere in giro.

Fonte:

http://www.momentodonna.it/figli/figli-intelligenti-grazie-madre-dice-la-scienza/