Il fratello minore è più divertente. Lo dice La Scienza.

Il fratello minore è il più divertente, lo dice la scienza

Secondo un’indagine condotta nel Regno Unito, i membri più giovani di una famiglia hanno maggior senso dell’umorismo, mentre i maggiori sono più responsabili.
La simpatia non è una questione di genetica, ma secondo un nuovo sondaggio i fratelli minori sono quelli con più senso dell’umorismo in famiglia.

YouGov ha chiesto a 1783 inglesi adulti di definire i tratti predominanti del loro carattere in relazione agli altri membri della famiglia. I risultati rivelano che i più giovani si considerano nel 46% dei casi più divertenti di genitori e fratelli maggiori, mentre solo il 36% di questi ultimi riconosce nell’ironia la propria dote principale. A dare validità al sondaggio ci sono anche un’altra serie di indizi: molti comici come Billy Crystal, Eddie Murphy, Goldie Hawn, Drew Carey, Jim Carrey, Whoopi Goldberg, Steve Martin, Jon Stewart ed Ellen DeGeneres, sono tutti i più giovani nelle loro famiglie.Tra i pregi che si riconoscono i “piccoli di casa” ci sono anche la capacità di godersi la vita ed essere più alla mano. Molti riconoscono anche di essere i preferiti dei loro genitori.

Se è vero che i più giovani sono generalmente i più amati, i fratelli maggiori vengono riconosciuti invece come molto sicuri di sé, di successo e responsabili. In molti casi, infatti, i genitori si sono dovuti rivolgere a loro quando non erano a casa per lavoro: sin da piccoli si sono presi cura dei loro fratelli minori, verso i quali hanno sviluppato un gran senso di responsabilità. Inoltre, poiché con l’arrivo di un fratellino o di una sorellina le attenzioni nei loro riguardi sono notevolmente diminuite, i più grandi hanno anche dovuto imparare prima degli altri a risolvere le proprie faccende da soli.

Non si può negare, quindi, che le dinamiche familiari abbiano una grande influenza sulle nostre personalità, ma non sono chiaramente l’unico fattore da tenere in considerazione. A forgiare il carattere di una persona adulta sono anche le esperienze che vivrà una volta abbandonato il contesto familiare, i percorsi di studi e le altre persone che incontrerà lungo il suo cammino. Questo vuol dire che, se da un lato i più piccoli dovranno necessariamente responsabilizzarsi, i più grandi potrebbero anche riuscire a vivere la vita più tranquillamente dopo aver raggiunto il loro obiettivo. E magari impareranno anche a fare qualche battuta.

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L’inquinamento ci rende infelici. Lo dice la scienza

Uno studio ha indagato il legame tra inquinamento e benessere emotivo: più aumenta il particolato più le persone sono di malumore
La scienza analizza con crescente interesse e preoccupazione gli effetti che l’inquinamento nelle sue varie forme produce sul nostro organismo. Le risposte fornite dalla letteratura scientifica risultano spesso inattese. Non si tratta solo di associazioni con l’insorgenza di gravi patologie. A quanto pare, l’inquinamento può alterare anche il nostro benessere psichico. A sostenerlo è un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour.

Il rapporto tra inquinamento e malumore: lo studio
La ricerca, condotta da esperti del Massachusetts Institute of Technology (MIT) in collaborazione con l’Università di Pechino, si è focalizzata sui dati sull’inquinamento di 144 città cinesi. Sono stati contemporaneamente monitorati i livelli di felicità quotidiana degli abitanti delle aree urbane prese in esame, analizzando 210 milioni di tweet geolocalizzati, inviati attraverso Sina Weibo, la più grande piattaforma di microblogging della Cina.
inquinamento atmosferico

Dallo studio è emersa una correlazione piuttosto stretta tra la quantità di particolato presente nell’aria e i gradi di felicità espressi dalle persone nelle loro interazioni sul canale social. L’associazione tra inquinamento e cattivo umore è apparsa ancor più evidente tra la popolazione femminile.

Che l’inquinamento atmosferico sia dannoso per l’apparato respiratorio e cardiocircolatorio, oltre ad esser collegato a una maggiore incidenza di tumori, è cosa nota. Ma “l’inquinamento ha anche un costo emotivo“, spiega Siqi Zhen, tra i principali autori dello studio. “Le persone sono infelici e questo significa che possono prendere decisioni irrazionali“.

Come rilevato dai ricercatori, nelle giornate in cui si registrano maggiori tassi di particolato, le persone sono più propense ad assumere comportamenti impulsivi e rischiosi, che potrebbero in seguito rimpiangere. Secondo Zheng, probabilmente si tratta di una conseguenza diretta di ansia e depressione a breve termine.
smogUn risvolto inconsueto degli effetti legati all’inquinamento, quello rimarcato da questo ennesimo lavoro scientifico sul tema. Una nuova evidenza che accende ancora una volta i riflettori sull’urgenza di attuare strategie per contrastare i danni legati a smog, polveri sottili e agenti inquinanti, salvaguardando così la salute degli esseri umani e dell’intero Pianeta.

 

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Le diete sono peggio delle suocere, lo dice la scienza

Fino a qualche anno fa la parola “dieta” era strettamente correlata alla prova costume. Ora la tendenza è mettersi in linea prima dei tour de force gastronomici delle feste, in modo da evitare le occhiatacce della suocera a tavola. Troppo spesso però i regimi alimentari per perdere peso in fretta si rivelano scorretti. L’associazione dei dietisti inglesi ha stilato la top five delle diete che danneggiano il fisico e il benessere di chi le segue.

DIETE LIQUIDE. La Dukan, prevalentemente iperproteica, è al primo posto, perché priva il corpo di ogni carboidrato, anche quello naturalmente contenuto nella verdura. Al secondo posto la Ken diet (dove “ken” è l’acronimo di ketarogenic enteral nutrition), che vieta ogni cibo solido al condannato. Per dieci giorni il soggetto si alimenterà con un composto liquido introdotto nel suo organismo tramite un tubo di plastica, per un totale di due litri di questa miscela in un tot di ore. Al terzo posto la Party girl grip diet, inizialmente utilizzata per curare pazienti gravemente denutriti e con pesanti carenze vitaminiche. Le celebrity come Rihanna hanno invece sostituito queste flebo di vitamine da 250 ml come veri e propri pasti.

UBRIACHI PER LA LINEA. Al quarto posto, un regime dietetico che è più che altro uno stile di vita sbagliato, la “Drunkorexia”, ovvero limitare al minimo le calorie assunte dal cibo, preferendo quelle che donano gli alcolici. Tenendo conto che un bicchiere di vino rosso contiene circa 80 calorie, per sfamarsi serve praticamente essere sempre ubriachi. Al quinto posto, la Omg diet, che sta spopolando e che si basa su strambi concetti, come docce di acqua ghiacciata per stimolare il metabolismo e l’assunzione di generose tazzine di caffè nero prima di fare attività fisica. A leggere quest’elenco, viene voglia di sopportare felicemente le occhiate della suocera.

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E’ possibile manipolare le elezioni? Ve lo dice lascienza

Manipolare le elezioni con i social, che dice la scienza

Dopo il caso Cambridge Analytica, il punto di vista di uno scienziato di computational social science. E’ davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? E’ perché sarebbero monipolabili soprattutto i populisti? Prime parziali risposte

Avete presente quelle app che su Facebook ti propongono quegli stupidi test del tipo “Qual è la tua personalità” oppure “Come saresti come attore di Hollywood”? Bene: attenti a cliccarci sopra, potreste mettere in pericolo la democrazia.

 

Il caso Cambridge Analytica

La storia è quella di Cambridge Analytica e dell’uso che ha fatto di quello che da alcuni è stato chiamato operazioni di guerra informatica a scopo elettorale, in una parola electoral cyberwarfare. In estrema sintesi, ecco i fatti. Cambridge Analytica, una società di analisi dati usati per scopi di marketing e di comunicazione politica, ha raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook di elettori statunitensi senza alcun consenso, per usarli in un software che aveva l’obiettivo di manipolare e influenzare il comportamento elettorale durante le presidenziali americane del 2016 che hanno visto la vittoria di Donald Trump. La società è in parte di proprietà di Robert Mercer, proprietario di un importante fondo d’investimento, che ne ha finanziato la nascita su consiglio di Steve Bannon, ex direttore del sito Breitbart, voce dell’alt-right americana, nonché ex capo della campagna di Donald Trump. Questa storia è stata rivelata da alcuni articoli apparsi inizialmente su The Observer e poi su The Guardian e New York Times. La fonte che ha rivelato la vicenda è un data scientist canadese – Christopher Wylie – che ha collaborato a sviluppare la strategia che ha consentito di raccogliere in maniera indiscriminata i dati degli elettori americani.

A questo punto inizia la parte che apre problemi profondi dal punto di vista scientifico, etico e deontologico delle social media platform globali. Christopher Wylie ha rivelato che lo strumento usato per raccogliere i dati degli elettori americani è stata una app Facebook di quelle che invitano a partecipare a piccoli test psicologici dal nome This is your digital life, messa a punto da un ricercatore dell’Università di Cambridge – Aleksandr Kogan – che ha pagato alcuni utenti detti seed (attraverso la piattaforma Amazon Mechanical Turk) per usare la app, anche se raccoglieva anche i dati della rete dei contatti sociali dei seed (in media 160 persone) a loro insaputa. In questo modo hanno raccolto oltre 50 milioni di profili Facebook con il benestare della società di Mark Zuckerberg che interrogando la Global Science Research – la compagnia proprietaria della app – si è vista rispondere che era per scopi di ricerca.

Facebook era stata già allertata di una enorme emorragia dei dati già nel 2015, ma ha deciso di intervenire solo recentemente, sospendendo il profilo social di Kogan, quello di Wylie e l’accesso ai dati di Cambridge Analitica, dopo che la storia è stata pubblicata dal Guardian. In questo momento c’è in corso un botta e risposta tramite comunicati stampa tra Facebook e Cambridge Analytica per comunicare relative responsabilità ed eventuali reazioni legali.

Questa storia avrà sicuramente un lungo strascico, molto simile alla vicenda di Edward Snowden, e soprattutto contribuirà a riaprire il dibattito sulla pericolosità delle piattaforme di social media per la tenuta democratica. Ma per uno studioso di Computational Social Science come il sottoscritto, ci sono due domande che sono assolutamente interessanti.

 

Manipolazione via social, che dice la scienza

La prima domanda: è davvero possibile manipolare il comportamento elettorale attraverso una strategia basata su dati e veicolata tramite piattaforme social? La risposta a questa non è univoca, richiede di contestualizzare la questione. Negli ultimi dieci anni ha cominciato ad emergere una tendenza interessante nello studio della psicologia quantitativa, che è la possibilità di sviluppare elaborati profili degli utenti attraverso l’analisi del loro comportamento negli spazi social.

Gli autori che hanno dato inizio a questo promettente filone di ricerca sono Michal Kosinski e David Stillwell del Cambridge University Psychometrics Centre che grazie ad una app sviluppata per scopi di ricerca – MyPersonality – hanno raccolto le reazioni e i dati di una serie di utenti – questi sì – correttamente informati sulle caratteristiche della app e sull’uso che avrebbero fatto dei dati così raccolti. Il risultato è stato lo sviluppo di una serie di modelli in grado di profilare con una certa precisione le caratteristiche psicologiche, organizzandoli in cinque profili principali (secondo la teoria psicologica detta dei big five alla base dei più diffusi test della personalità).

Fin qui la ricerca scientifica. Il passo ulteriore fatto da Cambridge Analytica tramite Alex Kogan e Christopher Wylie è stato quello di correlare il profilo psicologico degli utenti con una serie di informazioni sull’orientamento politico (desunto dai like delle pagine) in modo tale da testare specifici messaggi pubblicitari su Facebook a seconda del profilo psicologico delle persone. Detto in altro modo: due persone che si trovavano a usare Facebook durante il periodo delle presidenziali USA del 2016, avrebbero avuto due diversi messaggi che invitavano a votare Donald Trump basato sul loro test psicologico e sulla composizione dei like messi sulle pagine Facebook. Ha funzionato questa strategia? Non è possibile dare una risposta certa, d’altronde la vittoria di Trump non può essere attribuita solo ad una sofisticata strategia computazionale, però sicuramente possiamo ipotizzare che sugli elettori indecisi è probabile che la campagna Facebook possa avere avuto un risultato positivo.

Seconda domanda: Cambridge Analytica segnala come propri casi di successo il ruolo consulenziale avuto per la Brexit e le presidenziali USA del 2016. Questo vuol dire che la propaganda computazionale data-based ha successo prevalentemente con i movimenti populisti? Qui entriamo nella fantapolitica, ma è possibile provare a ragionare sulla questione. Se fosse vero che il populismo è più sensibile ad una comunicazione semplice e mirata, vorrebbe dire che la mente di chi vota conservatore sia diversa dalla mente di chi vota liberale. Chi ha sollevato la questione è il linguista George Lakoff che nel suo libro “Moral Politics” ha ipotizzato che i conservatori hanno un modello familiare rigoroso, in cui i valori sono fondati su autodisciplina e lavoro duro, mentre i liberali hanno un modello familiare partecipativo, in cui i valori sono basati sul prendersi cura gli uni con gli altri.

Questo potrebbe portare i conservatori populisti ad una maggiore sensibilità verso messaggi diretti che insistono sulla paura come leva principale, e che consente alla comunicazione di essere più diretta, chiara, prospettando soluzioni semplici. Tutto questo potrebbe essere aiutato dal fatto che al netto della retorica della condivisione e della partecipazione, quando navighiamo su Facebook siamo soli, specialmente per quanto riguarda le inserzioni pubblicitarie. Fantapolitica, dicevamo, magari la soluzione è più semplice: i democratici (inglesi e americani) non hanno investito in tempo e nel modo giusto sulla questione, oppure la questione ha bisogno di essere approfondita usando argomentazioni che chiamano in causa filter bubble, echo chamber e nuove strategie della disinformazione (quelle che alcuni definiscono fake news). Non è semplice rispondere a queste domande se prima non si comincia a lavorare con un approccio scientifico sull’argomento.

Certa è una cosa: se alcuni dei fatti emersi in questa vicenda fossero confermati, potremmo a ragione dire che la Brexit e la vittoria di Donald Trump siano stati i più grandi esperimenti sociali del XXI secolo. La fisica ha avuto come momento di riflessione il progetto Manhattan che portò alla costruzione della bomba atomica, forse le scienze sociali del XXI secolo stanno avendo come momento di riflessione il caso di Cambridge Analytica.

 

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Sempre in ritardo? Sei più produttivo, lo dice la scienza

I ritardatari cronici involontari, odiati da tutti i puntuali, sono persone creative, produttive e vivono più a lungo. Il “colpevole”? l’ottimismo

Le persone spesso in ritardo sono le più creative. L’avreste mai detto? Conosciamo tutti qualcuno perennemente in ritardo, spesso siamo proprio noi che involontariamente ci facciamo attendere. Quante volte siamo stati ripresi per esserci fatti aspettare? Probabilmente molto spesso. Certo, i più fortunati di noi hanno un amico nella compagnia che è ancora più dedito al ritardo, ma cosa bene diversa è tardare al lavoro.

Nulla da dire, sicuramente il ritardo non è stato intenzionale (se lo è, beh siamo di fronte ad un probabile atteggiamento passivo aggressivo) ma chi ci ha aspettato non ne sarà comunque felice. Il ritardatario cronico inconsapevole non lo fa per una mancanza di rispetto o per scarsa professionalità: ha semplicemente una concezione del tempo diversa da chi è sempre puntuale al secondo, tanto che le persone in ritardo sono più produttive. A volte capita di essere pronti in anticipo (talvolta anche di molto) e di voler ammazzare il tempo sbrigando qualcosa che nella nostra mente è veloce, ma che poi richiede più tempo del previsto.

Un po’ come nel caso del multitasking: non sempre l’opzione “fare più cose contemporaneamente” risulta essere la scelta migliore per ottimizzare i tempi. Secondo la scienza quello, che ci frega è l’essere ottimisti. Si avete capito bene: essere ottimisti è la causa del nostro perenne ritardo; questo ci porta a pensare di avere più tempo a disposizione e quindi di poter fare più cose e quindi ci fa essere più creativi. Questo pensiero positivo è la nostra croce e delizia.

Se infatti da una parte ci fa essere persone sempre in ritardo e ci fa riprendere per la nostra abitudine, dall’altra invece risulta essere il tratto della personalità che ci fa avere più successo nella vita: essere in ritardo ci fa essere più creativi e produttivi. Uno studio effettuato su dei venditori ha dimostrato che gli ottimisti completano l’88% in più di vendite dei colleghi. Ma sul fronte ottimismo c’è di più: pare infatti che vivere la vita con atteggiamento positivo faccia vivere più a lungo poiché il cuore sarà sottoposto a minor stress.

L’ottimista, insomma, è meno competitivo ed impaziente e più rilassato e creativo: per lui non è tanto importante stare attento ai dettagli quanto il quadro generale della vita. E se credete che essere persone in ritardo ma più creative non vi farà perdonare questa pecca o che essere ritardatari ma più produttivi possa portare il vostro superiore a darvi il ben servito, vi basti pensare che in Marocco si può addirittura arrivare il giorno dopo senza creare scompensi a chi ci attende, ma guai a farlo in Germania, qui infatti è di gran lunga preferibile arrivare in anticipo.

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Un animale domestico allunga la vita: lo dice la scienza

Stando a quanto riporta la rivista Scientific Reports, i proprietari di cani hanno meno probabilità di morire

Avere un animale domestico riempie la vita di gioia. Gli amici a quattro zampe, oltre a fare compagnia, offrono tanto affetto. A quanto pare, averli accanto apporterebbe notevoli benefici alla propria salute. Stando a quanto si legge sul Business Insider, allungherebbero addirittura la propria via. Quest’affermazione rimanda a uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Uppsala e pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

 

I proprietari di un animale domestico vivono più a lungo

I ricercatori, avvalendosi dei registri del sistema sanitario nazionale, hanno monitorato lo stato di salute di 3,4 milioni svedesi (40-80 anni) in un arco di tempo di ben 12 anni. Li hanno poi confrontati con i registri di proprietà dei cani, divenuto obbligatorio in Svezia dal 2001. Cosa è emerso? Le persone con i cani avevano un rischio ridotto del 23% di morte per malattie cardiache come insufficienza cardiaca, ictus o infarto rispetto ai loro coetanei sprovvisti di quattrozampe.

Nel caso dei single lo studio ha rilevato che le persone che vivono da sole con un cane hanno un rischio di morte ridotto del 33% rispetto a coloro che non sono proprietari di animali. Parola di Mwenya Mubanga, autrice principale dello studio.

 

Avere un cane porta a fare più esercizio fisico

La scoperta dello studio svedese rimanda a quanto riportato, nel 2013, dall’American Heart Association. I proprietari di cani hanno una pressione sanguigna e livelli di colesterolo migliori e addirittura hanno diminuito le risposte del sistema simpatico allo stress. Ma è difficile determinare perché le persone con animali godano di questi benefici per la salute.

Secondo Tove Fall, una delle ricercatrici dello studio, il collegamento potrebbe essere dovuto al fatto che possedere un cane porti le persone a mantenersi più attive. Non solo, andrebbe anche a incrementare le interazioni sociali. Non resta che ribadire che il cane è, a tutti gli effetti, il migliore amico dell’uomo.

 

fonte: https://www.stile.it/2017/12/02/un-animale-domestico-allunga-la-vita-lo-dice-la-scienza-id-172695/

La barba contiene più germi del pelo di un cane: lo dice la scienza

La ricerca è stata condotta su 18 uomini con la barba e 30 cani di razze diverse.

Non importa che sia lunga o corta, la barba contiene più germi del pelo del cane. A confermarlo è stata un ricerca scientifica.Tutto è partito da uno studio condotto per appurare se uno stesso apparecchio per la risonanza magnetica può essere condiviso da umani e amici a 4 zampe senza rischi per la salute dell’uomo. Accade infatti che, in casi di sottoutilizzo dell’apparecchiatura, questa possa essere messa a disposizione dei veterinari.

La ricerca è stata condotta mettendo a confronto 30 cani di diverse razze (di  3,8 anni) e 18 uomini con la barba (di 36 anni). I ricercatori hanno prelevato un campione di pelo e di barba. Il test ha confermato che la barba conteneva più germi del pelo del cane ed era, quindi, meno igienica. Tutti i campioni di barba contenevano un’alta carica batterica, il 39% degli uominiaveva anche agenti patogeni (trovati solo in 4 cani!).

Anche i tamponi bocca-bocca hanno rivelato che 17 uomini su 18 presentavano un alto numero di germi, presenti solo in 12 cani su 30.Anche se quelli potenzialmente pericolosi erano solo in un uomo, mentre erano presenti in 2/3 dei cani.I risultati di questa ricerca sono destinati a sollevare molte polemiche e c’è già chi parla di pogonofobia (paura della barba).

fonte: https://www.105.net/news/tutto-news/260147/la-barba-contiene-piu-germi-del-pelo-di-un-cane-lo-dice-la-scienza.html

In futuro i figli non avranno una mamma. Lo dice la scienza.

Gli scienziati britannici grazie ad una nuova ricerca prevedono, in un futuro non troppo lontano, di creare bambini grazie alle cellule dell’epidermide. Secondo uno studio della University of Bath non servirebbe altro che spermatozoi e pelle per sintetizzare un embrione umano, anche provenienti da due uomini.

I maggiori studiosi a riguardo delle università di Harvard e Brown sono convinti che gli sviluppi della medicina della riproduzione ci sorprenderanno ed invitano i governi ad iniziare a pensare ad un futuro -non troppo lontano per altro- in cui dovranno affrontare il problema legale di bambini nati senza madre.

Il metodo ideato dalla University of Bath
I topi sono stati il punto di partenza per questo strabiliante studio. I ricercatori hanno provato a creare degli embrioni a partire da ovuli senza che fosse avvenuta fecondazione, ma questi morivano dopo pochi giorni. Perciò, gli studiosi hanno provato ad iniettare negli embrioni spermatozoi per permetterne lo sviluppo.

Evitando il normale processo di fecondazione nei topi, gli studiosi sono convinti di riuscire un giorno a fare lo stesso con gli esseri umani, una convinzione portata avanti sin dal 2005 dal Dottor Adashi, protagonista mondiale tra il Giappone e il Regno Unito della ricerca sull’IVG (In-Vitro gametogenesys). Inoltre, ciò che è più importante è che gli embrioni creati in questo modo hanno molto in comune con le cellule ordinarie come quelle della pelle.

Problemi etici
Il problema etico principale che nasce da queste nuove ricerche è quello che vede uno scenario futuro in cui i genitori potrebbero scegliere tra vari embrioni quello che soddisferebbe il loro ideale di figlio perfetto, oltre ad una serie di problemi ideologici, filosofici e anche legali che, come già ricordato, i governi sin da ora dovrebbero iniziare a discutere.

Problemi che senza alcun dubbio fanno paura ad una grande fetta della popolazione, ma che potrebbero passare in secondo piano se si pensa alle conseguenze positive dello sviluppo del metodo IVG. Infatti, qualsiasi coppia priva della possibilità di avere figli nella maniera tradizionale potrebbe concepire un figlio. Inoltre, in tal modo avrebbero una possibilità in più anche pazienti il cui apparato riproduttore non è più utilizzabile.

Altre possibilità offerte dalla scoperta
Il dottor Adashi è convinto che gran parte di coloro che beneficeranno della scoperta saranno genitori che “concepiranno” un figlio da soli, dando vita a bambini nati effettivamente da un solo genitore. Infine, grazie a questa ricerca le persone potranno produrre cellule staminali embrionali per scopi medici futuri che esulano dal campo della riproduzione.

Tuttavia, sussiste il problema dello stanziamento di fondi pubblici per creare embrioni a scopi di studio. Insomma, la ricerca è agli inizi e gli ostacoli -etici e legali soprattutto- sono molti, ma è certo che la medicina genetica stia facendo in questi anni passi da gigante inimmaginabili.

Fonte:

https://www.supereva.it/in-futuro-i-figli-non-avranno-una-mamma-lo-dice-la-scienza-29643